Biografie di personaggi famosi e storici nato il 6 settembre


Biografie di personaggi famosi e storici

Biografie di personaggi famosi nella storia e celebrità

Sommario:

1. Andrea Camilleri
2. John Dalton
3. Giovanni Fattori
4. Akira Kurosawa
5. Go Nagai
6. Dolores O'Riordan
7. Luciano Pavarotti
8. Sully Prudhomme
9. Solimano il Magnifico
10. Roger Waters


Biografia di Andrea Camilleri

L'invenzione della lingua
6 settembre 1925

Chi è Andrea Camilleri?


Nato a Porto Empedocle (Agrigento) il 6 settembre 1925, Andrea Camilleri vive da anni a Roma.

Appena conseguita la maturità liceale e non ancora diciottenne assiste allo sbarco degli alleati nella natia Sicilia riportandone un'impressione profonda. Frequenta quindi l'Accademia d'Arte Drammatica (nella quale in seguito insegnerà Istituzioni di Regia) e a partire dal 1949 inizia a lavorare come regista, autore e sceneggiatore, sia per la televisione (celebri le sue riduzioni di polizieschi come "Il Tenente Sheridan" e il "Commissario Maigret"), sia per il teatro (in particolare con opere di Pirandello e Beckett).

Forte di questo straordinario bagaglio di esperienze, ha poi messo la sua penna al servizio della saggistica, campo in cui ha donato alcuni scritti e riflessioni intorno all'argomento spettacolo.

Col passare degli anni ha affiancato a queste attività principali quella più squisitamente creativa di scrittore. Il suo esordio in questo campo risale precisamente al primo dopoguerra; se dapprima l'impegno nella stesura di romanzi è blando, col tempo si fa decisamente più intenso fino a dedicarvi un'attenzione esclusiva a partire da quando, per sopraggiunti limiti d'età, abbandona il lavoro nel mondo dello spettacolo. Una serie di racconti e poesie gli varranno il premio Saint Vincent.

Il grande successo è però arrivato con l'invenzione del personaggio del Commissario Montalbano, protagonista di romanzi che non abbandonano mai le ambientazioni e le atmosfere siciliane e che non fanno alcuna concessione a motivazioni commerciali o a uno stile di più facile lettura. Infatti, dopo "Il corso delle cose" (1978), passato pressoché inosservato, pubblica nel 1980 "Un filo di fumo", primo di una serie di romanzi ambientati nell'immaginaria cittadina siciliana di Vigàta, a cavallo fra la fine dell'800 e l'inizio del '900. In tutti questi romanzi Camilleri dà prova non solo di una straordinaria capacità inventiva, ma riesce a calare i suoi personaggi in un ambiente totalmente inventato e nello stesso tempo realistico, creando dal nulla anche un nuovo linguaggio, una nuova "lingua" (derivata dal dialetto siciliano), che ne fanno un nuovo Gadda.

L'universale affermazione esplode soltanto nel 1994 con l'apparizione de "La stagione della caccia", cui seguono nel 1995 "Il birraio di Preston", "La concessione del telefono" e "La mossa del cavallo" (1999).

Anche la televisione, che tanto Camilleri ha frequentato in gioventù prodigandovi grandi energie, ha contribuito non poco alla diffusione del fenomeno dello scrittore siciliano, grazie alla serie di telefilm dedicati al Commissario Salvo Montalbano (interpretato da un magistrale Luca Zingaretti).

Una curiosità: i suoi romanzi di ambientazione siciliana sono nati da studi personali sulla storia dell'isola.

Biografia di John Dalton

Colori straordinari
6 settembre 1766
27 luglio 1844

Chi è John Dalton?


John Dalton nasce il 6 settembre del 1766 a Eaglesfield, vicino a Cockermouth, in Inghilterra, da una famiglia quacchera. La sua infanzia e la sua adolescenza sono influenzate dal pensiero del meteorologo Elihu Robinson, un importante quacchero della sua città, che lo fa appassionare ai problemi della meteorologia e della matematica. Studiando a Kendal, John contribuisce a risolvere quesiti e problemi relativi a vari temi dei "Gentlemen's and ladies' diaries", e nel 1787 inizia a tenere un diario meteorologico (che compilerà per i successivi 57 anni, con oltre 200mila osservazioni). In questo periodo si avvicina alla cosiddetta "Hadley cell", cioè la teoria di George Hadley riguardante la circolazione atmosferica.

Intorno ai vent'anni di età prende in considerazione l'idea di studiare medicina o legge, ma i suoi progetti non incontrano il supporto dei genitori: così, rimane a casa fino a quando, nel 1793, non si sposta a Manchester. In quell'anno pubblica "Meteorological observations and essays" (Osservazioni e saggi meteorologici), in cui sono presenti i semi di molte delle sue scoperte successive: il trattato, tuttavia, riceve una scarsa attenzione da parte degli accademici, a dispetto dell'originalità dei contenuti.

John Dalton viene nominato insegnante di filosofia naturale e matematica presso il New College, grazie anche all'intervento del filosofo cieco John Gough e, nel 1794, viene eletto membro della "Società Letteraria e Filosofica di Manchester", la "Lit & Phil"; poco dopo scrive "Extraordinary facts relating to the vision of colours" (Fatti straordinari relativi alla visione dei colori), in cui sostiene che una scarsa percezione dei colori dipende dalla decolorazione del liquido del bulbo oculare; inoltre, essendo sia lui che suo fratello daltonici, deduce che tale condizione sia ereditaria.

Benché la sua teoria perda di credibilità scientifica negli anni seguenti, la sua importanza - anche dal punto di vista del metodo di ricerca - nell'ambito dello studio dei problemi della vista viene riconosciuta a tal punto che il disturbo prende il nome proprio da lui: daltonismo. In realtà, John Dalton non è propriamente daltonico, ma soffre di deuteroanopia, un disturbo per il quale egli è in grado di riconoscere, oltre al fucsia e al blu, solo il giallo, cioè quello che egli definisce "la parte di immagine che gli altri chiamano rosso, e che a me appare poco più che un'ombra. Per questo motivo l'arancione, il giallo e il verde mi sembrano un solo colore, che deriva in maniera uniforme dal giallo, più o meno intenso".

Mantiene il ruolo di insegnante al college fino al 1800, quando la situazione economica precaria della struttura lo induce ad abbandonare il posto e a intraprendere una nuova carriera come insegnante privato. L'anno seguente pubblica la sua seconda opera, "Elements of English grammar" (Elementi di grammatica inglese). Nel 1803 Dalton cerca, per primo, di descrivere l'atomo, a partire da due delle tre leggi fondamentali della chimica, ed enuncia la legge delle proporzioni multiple, che diventerà la terza. Secondo lo studioso britannico, l'atomo è una sorta di sfera di dimensioni microscopiche, piena e indivisibile (in realtà in seguito si scoprirà che l'atomo può essere scomposto, separando gli elettroni e il nucleo).

Nelle teorie di Dalton non mancano gli errori (per esempio egli ritiene che gli elementi puri siano composti da atomi singoli, cosa che invece si verifica unicamente nei gas nobili), ma ciò non toglie che, nei primi anni dell'Ottocento, egli si guadagni una significativa reputazione in ambito scientifico, al punto che nel 1804 viene scelto per tenere corsi di filosofia naturale presso la Royal Institution di Londra.

Nel 1810 Sir Humphry Davy gli propone di candidarsi per entrare nella Royal Society, ma Dalton rifiuta l'invito, probabilmente per ragioni finanziarie; dodici anni più tardi, tuttavia, viene candidato a sua insaputa. Rimasto sempre celibe, a partire dal 1833 il governo inglese gli assegna una pensione di 150 sterline, che diventa di 300 sterline tre anni più tardi. Vissuto per oltre un quarto di secolo a George Street, a Manchester, con l'amico reverendo Johns, interrompe la sua routine di ricerca in laboratorio e insegnamento solo per escursioni annuali al Lake District e sporadiche visite a Londra.

Nel 1837 viene colpito da ictus una prima volta: l'evento si ripete l'anno successivo, menomandolo e privandolo della capacità di parlare (ma non impedendogli di continuare i suoi esperimenti). Nel maggio del 1844 John Dalton subisce un altro ictus, e il 26 luglio di quell'anno segna sul suo diario meteorologico le ultime osservazioni della sua vita; muore il giorno successivo, dopo una caduta dal letto. La notizia del suo decesso suscita sgomento nell'ambiente accademico, e il suo cadavere, esposto al municipio di Manchester, viene visitato da oltre 40mila persone. Seppellito nel cimitero Ardwick di Manchester, Dalton viene commemorato anche con un busto situato all'ingresso della Royal Manchester Institution.

Biografia di Giovanni Fattori

Le immagini di una passione politica e sociale
6 settembre 1825
30 agosto 1908

Chi è Giovanni Fattori?


Giovanni Fattori nasce il 6 settembre 1825 a Livorno. È un bambino precoce, perché fin da piccolissimo dimostra di avere un talento fuori dal comune per il disegno. Per questo motivo il papà Giuseppe, all'età di 15 anni, decide di mandarlo a scuola da un pittore, Giuseppe Baldini. È proprio nella bottega di Baldini che Fattori inizia a definire un suo stile personale ed è proprio nel suo maestro che trova il coraggio di trasformare questo talento in mestiere. Prima però deve dedicarsi agli studi e affinare la sua tecnica, ancora molto acerba.

Giovanni Fattori all'età di 21 anni lascia la sua Livorno per andare a Firenze e iscriversi all'Accademia di Belle Arti. Purtroppo il suo percorso scolastico è altalenante; da una parte ci sono i problemi economici che lo costringono a lavorare e trascurare le lezioni, dall'altro il momento storico. Nel 1848, prende parte ai moti risorgimentali. Fattori crede nell'Unità d'Italia e le sue tele raccontano la sua passione politica, ma anche alcuni fatti storici di cui è protagonista.

Quello che ha segnato di più il suo percorso professionale, in questo periodo, è l'assedio della sua città d'origine, Livorno, da parte degli austriaci. Questa battaglia fa crescere in lui il patriottismo e la voglia di libertà. Ma non sono solo i conflitti con l'Austria a interessarlo. Fattori legge moltissimo e ama la letteratura classica. Per questo motivo nel 1850, entra in un giro molto esclusivo, fatto di artisti anti-accademici che si ritrovano al Famoso Caffè Michelangelo di Firenze.

Lascia questo circolo di amici nel 1852 per iniziare la sua attività professionale in modo completamente autonomo. È il momento della svolta, per Fattori, che si fa strada con i ritratti di famiglia, i paesaggi e le vignette. È proprio in questo periodo che fonda con Telemaco Signorini, pittore fiorentino agli esordi, incontrato al Caffè Michelangelo, il movimento dei macchiaioli.

Signorini è un personaggio molto interessante: è il primo a capire le capacità espressive delle macchie e a guardare alla pittura Oltreconfine. La macchia diventa un mezzo per dare forma alle cose e agli aventi, e soprattutto per renderli realistici e veritieri. Sia Giovanni Fattori sia Telemaco Signorini, infatti, sono estremamente interessati alle dinamiche sociali, a differenza degli altri macchiaioli, più orientati a dipingere paesaggi.

Il 4 giugno 1859 scoppia la Battaglia di Magenta, uno degli episodi più celebri della seconda guerra di indipendenza italiana. L'evento segna profondamente i due artisti, tant'è che Fattori dipinge uno dei quadri più importante della sua carriera (che prende il nome proprio dallo scontro tra austriaci e franco-piemontesi): sulla tela non c'è però il conflitto, ma il ritorno dei feriti dopo la battaglia. La passione politica lascia quindi il posto alle emozioni e agli uomini. È un quadro maturo (Fattori ha 34 anni ndr) e molto simbolico. Ma c'è di più, perché, per la prima volta, mette in luce oltre alle sue doti pittoriche anche quelle di narratore.

Agli inizi degli anni Sessanta, Fattori torna a casa, nella sua Livorno. È in questa fase della vita, che il pittore realizza le sue ambizioni romantiche: sposa, infatti, la sua fidanzata di sempre, Settimia Vannucci che frequenta già da sei lunghi anni. Purtroppo il matrimonio non dura molto, perché a un anno dalle nozze Settimia si ammala di tubercolosi, per poi morirne nel 1867. Fattori continua a dipingere, ma il dolore è fortissimo. Sono molte le opere che ritraggono la donna, a partire da "Ritratto della prima moglie" a "La Rotonda di Palmieri".

In questa fase più privata della vita di Fattori, cambiano gli umori politici nel Paese. Nel 1861 viene dichiarato il Regno d'Italia, ma non c'è quel rinnovamento che il pittore aveva tanto sperato. È un momento difficile, di delusione ma anche di amarezza. Da una parte l'amata malata, dall'altra la sensazione che i suoi ideali sarebbero rimasti tali per sempre. Accanto a Fattori, però, c'è una persona importante che gli dà la voglia di non arrendersi. Si tratta dell'amico Diego Martelli, che Fattori va spesso a trovare a Castiglioncello. È in questi viaggi che inizia a dipingere la Maremma.

La sua carriera giunge però a una svolta nel 1869, quando viene nominato professore all'Accademia di Belle Arti di Firenze. Negli Settanta coltiva la sua passione per la pittura estera e si reca anche a Parigi. In questo periodo in Francia è sbocciato un movimento molto importante quello degli Impressionisti, ma Fattori non ne viene sedotto. Torna invece in modo prepotente il tema sociale: nel 1880 (periodo molto produttivo) porta a termine la tela "La Battaglia di Custoza".

È questa una fase estremamente serena della sua vita. Il ricordo di Settimia è presente, ma non lo tormenta più. È anche il periodo della Maremma, tant'è che i paesaggi che raffigurano questa terra molto amata da Fattori sono sicuramente il soggetto più ritratto dall'artista. Ma c'è di più. Incontra Amalia Nollemberg, una ragazza ungherese che in Italia lavora come bambinaia. S'innamora di questa donna, molto più giovane di lui, e vive una passione travolgente. La storia però non dura molto, perché Fattori - dopo numerose critiche - decide di chiudere la relazione.

La sua vita amorosa però riserva molte sorprese e viaggia parallela con quella professionale. Nel 1885, infatti, conosce Marianna Bigazzi (allora vedova), e qualche anno dopo diventa sua moglie. Intanto la sua carriera continua a raccogliere enormi successi e nel 1890, dopo aver esposto nelle gallerie più importanti d'Italia, riceve una menzione speciale all'Esposizione Universale di Parigi. Siamo quasi alla fine del secolo e Fattori colleziona riconoscimenti internazionali e produce magnifiche acqueforti e incisioni. Nel 1903 perde la sua seconda moglie. Stavolta però non è un dolore così grande, infatti, solo quattro anni dopo, a Roma, incontra Fanny Martinelli, la sua terza moglie. Fattori e Fanny muoiono entrambi nel 1908, a pochi mesi di distanza uno dall'altra. Giovanni Fattori muore a Firenze il 30 agosto 1908, a 82 anni di età.

Biografia di Akira Kurosawa

Simboli orientali su celluloide
23 marzo 1910
6 settembre 1998

Chi è Akira Kurosawa?


Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico giapponese, Akira Kurosawa nasce nella periferia di Tokyo il giorno 23 marzo 1910. Ultimo di sei figli, deve gran parte della sua formazione al fratello Heigo, intellettuale e appassionato di cinema (che morirà nel 1932); grazie a lui si appassiona a Shakespeare ed ai grandi classici della letteratura russa, intraprendendo la carriera di "benshi", commentatore di film musicali. Grazie a questa attività ha modo di conoscere, fra il 1920 ed il 1928, gran parte delle pellicole dei registi del tempo. Terminata la scuola superiore, Akira studia pittura entrando a far parte della "Lega degli artisti proletari", ma si fa poi assumere come aiuto regista dagli studi P.C.L. e in seguito dalla casa di produzione Toho.

Nel 1936 viene ingaggiato da una casa di produzione cinematografica come sceneggiatore e assistente regista. Lavora soprattutto con il regista Kajiro Yamamoto e nel mentre scrive sceneggiature non accreditate fino a quando non appare nei credits di "Uma" (Il cavallo, 1940), diretto dallo stesso Yamamoto. In seguito alla collaborazione con Yamamoto, nel 1943, passa alla regia e dirige il suo primo film "Sugata Sanshiro" (La leggenda dello judo), la storia delle gesta agonistiche di uno dei primi campioni dello sport nipponico per eccellenza: l'opera appare prematura, che però rivela subito una notevole conoscenza del mezzo e una decisa originalità stilistica.

La titolarità espressiva di Kurosawa appare già del tutto consolidata con il film successivo, "Ichiban Utsukushiku" (Il più dolce, 1944), storia di operaie in una fabbrica di materiale bellico, che mette in campo l'interesse del giovane regista per il rapporto sociale e per le condizioni di vita delle classi subalterne.

L'orrore della Guerra mondiale, nonostante non sia sperimentata personalmente, gli suggerisce "Tora no o wo fumu otokatachi " (Coloro che pestarono la coda della tigre, 1945). Con "Asu o tsukuruku hitohito" (Coloro che fanno il domani, 1946), viene esaltata la sua visione radicalmente democratica, evidenziata ancor più in "Waga seishunni kunashi" (Non rimpiango la mia gioventù, 1946), in cui un professore universitario si batte contro una burocrazia autoritaria con l'aiuto dei suoi studenti.

Gira il film "Subarashiki nichiyobi"(Una domenica meravigliosa, 1947) mentre è in corso lo sciopero di due anni contro la casa di produzione Toho. Il film rivela un imprevisto cambio di registro, con un approfondimento dello sguardo verso i temi dell'individuo. Akira Kurosawa mette in rilievo i sogni di evasione di una giovane coppia di innamorati indigenti circondati da un mondo di desolazione. Con il successivo "L'angelo ubriaco" (1948), uno dei film più intensi e coinvolgenti di tutto il primo cinema di Kurosawa, arriva l'esordio di Toshiro Mifune: questo lavoro segna l'inizio di un sodalizio tra regista e attore che durerà almeno un paio di decenni. Oltre a "L'angelo ubriaco" è con "Il cane randagio (o selvatico)" (1949) che Kurosawa proclama il suo inconfondibile stile. "Shibun" (Scandalo, 1950) è l'ennesima pellicola con cui lavora al fianco di Mifune.

Con le pellicole fino a questo momento girate riesce a conquistare una solida reputazione in patria. Le porte alla fama mondiale si aprono con una serie di film consecutivi: "Rashomon" (con cui vince nel 1951 il premio Oscar per il Miglior film straniero ed il Leone d'oro alla Mostra di Venezia), un'opera di autorevole suggestione che si traduce rapidamente in un simbolo incontrastato del cinema giapponese. Mifune vi interpreta la figura di un malvivente che uccide un samurai e ne violenta la moglie. La costruzione narrativa del film si basa sul contrasto delle versioni opposte dei personaggi, ognuno dei quali, nel corso del processo cui viene sottoposto il bandito, racconta la propria "verità", mentre anche l'anima dell'ucciso viene chiamata a dire la sua.

Il film "Vivere" (1952) tratta l'ultimo "atto" della vita di un acido burocrate che, giunto alla soglia della morte, sceglie di compiere l'unico atto di libertà autorizzando la costruzione di un parco-giochi che in precedenza aveva sempre impedito. Il suo indimenticabile capolavoro è "I sette samurai" (1954), considerato una sorta di western nipponico: in realtà di western ha solo il saccheggio operato da Hollywood sei anni dopo con il remake "I magnifici sette". Con questo film Kurosawa vince il Leone d'argento alla Mostra di Venezia, e ottiene la fama internazionale guadagnandosi il soprannome di Tenno (Imperatore). Il film circola in Occidente in una versione fortemente ridotta; in patria viene criticato per le "eccessive concessioni al gusto occidentale". In verità il cinema di Kurosawa contrasta frequentemente con le basi della tradizione nazionale.

Kurosawa, ormai sorretto da grandi riconoscimenti internazionali, per un certo tempo riesce a girare un film di seguito all'altro.

Dopo questi grandi successi, fonda la "Kurosawa Films Production" con la quale realizza pellicole come "I cattivi dormono in pace" (1960), "Yojimbo" (1961) e "Sanjuro". Comincia ad essere considerato il maggior regista giapponese e tra non molto anche il resto del mondo lo consacrerà come un maestro. Cerca di far breccia nell'olimpo hollywoodiano ma senza alcun risultato, così torna in Patria e con altri tre registi amici (Kinoshita, Kobayashi e Ichikawa) fonda una piccola casa di produzione indipendente, "I quattro cavalieri". In seguito all'insuccesso di "Dodeskaden" (1970, trascurato dai produttori e stroncato dalla critica), Kurosawa conosce un periodo di profonda crisi al culmine del quale tenta anche il suicidio. Le sue sorti si riesumano con "Dersu Uzala, il piccolo uomo della grande pianura" (1975), realizzato in Unione Sovietica.

Nei primi anni Ottanta vince la Palma d'oro al Festival di Cannes con il film "Kagemusha", realizzato in seguito al proficuo incontro con George Lucas e Francis Ford Coppola.

Nel 1990, all'età di 80 anni, ottiene un riconoscimento speciale, l'Oscar alla carriera. L'ultimo suo film, "Madadayo - Il compleanno" (1993), appare quasi un résum al tempo stesso freddo e lancinante della visione del mondo di Kurosawa che, probabilmente, si identifica con il vecchio professore festeggiato dai suoi ex allievi, il quale, alla domanda se sia pronto a lasciare la vita, risponde "Non ancora".

Il maestro si spegne il 6 settembre 1998 a Setagaya, quartiere di Tokio.

Biografia di Go Nagai

Alabarde spaziali
6 settembre 1945

Chi è Go Nagai?


Di fantasia ne ha tanta, debordante, incontenibile. Ha saputo creare universi immaginari dove ogni ragazzino dotato di curiosità si è perso, sognando e spaventandosi ma anche riconoscendo sempre il filo conduttore di buoni e nobili sentimenti in lotta contro forze malvagie. Malgrado la violenza esibita non è sbagliato affermare che i cartoni animati di Go Nagai hanno sempre veicolato quei valori essenziali di un'amità vera che si riconoscono nell'amicizia, nell'onore e nel senso del dovere.

Kiyhioshi "Go" Nagai, nato a Wajima, in Giappone, il 6 settembre 1945), è il principe dei "manga" (così sono chiamati i fumetti giapponesi), tanto da essere considerato di fatto il più grande autore vivente del settore. E la spiegazione di questa incoronazione risiede nei titoli che ha ideato, la cui sola sequenza fa rabbrividire chiunque in Italia abbia vissuto l'epopea robotica degli anni '80 (ma non solo): Mazinga Z, Il grande Mazinger, Jeeg Robot d'acciao, Goldrake, Getter Robot, Gaiking e Devilman, da molti considerato, per le inedite sottigliezze psicologiche, il suo capolavoro.

Ma Go Nagai non si è solo impegnato nella creazione di opere proprie: nel 1968 ha fondato una società chiamata "Dynamic Production", artefice di grandi produzioni fumettistiche. Il Maestro esordì nel lontano 1967 con il fumetto "Meakashi Porikiki", ma dovette aspettare il 1972 per ottenere il meritato successo. In quell'anno infatti uscì il già citato "Devilman", subito assai apprezzato dai giovani lettori nipponici.

Da Devilman in poi, il successo di Go Nagai è stato in continua ascesa e le sue opere successive (Cutey Honey, Kekko Kamen, Violence Jack, Getter Robot, Mazinger, Grendizer, Hanappe Bazooka e Mazinkaiser) non hanno fatto altro che accrescere la statura di questo gigante del manga.

Il Maestro ha quasi sempre avuto, negli anni '70 e '80, l'egemonia totale nei cartoni robotici e nell'horror manga. I suoi eroi sono spesso animati da sete di giustizia, tuttavia sono anche accusati di utilizzare la sola violenza come mezzo di risoluzione dei conflitti; ma la violenza che i manga di Nagai esprimono hanno una funzione catartica, certamente non esortativa. Gli eroi creati da Go hanno spopolato in tutto il mondo, generando un indotto commerciale strabiliante. All'uscita di Goldrake, ad esempio, i gadget sul robot che "si trasforma in un razzo missile" si sprecavano.

La grande popolarità di Go Nagai è dovuta anche al fatto di aver saputo scegliere dei collaboratori eccellenti. Primo tra tutti Ken Ishikawa, suo allievo e collega, con il quale ha collaborato ininterrottamente nella sua carriera, dando luce a opere veramente illuminanti come Getter Robot. Da non dimenticare il character designer che maggiormente ha contribuito al successo animato del Maestro Nagai: Kazuo Komatsubara.

Biografia di Dolores O'Riordan

Timbri d'Irlanda
6 settembre 1971

Chi è Dolores O Riordan?


Ultima di sette fratelli, Dolores Mary Eileen O'Riordan nasce a Ballybricken (Irlanda) il 6 settembre 1971. Entra a far parte del gruppo musicale "The Cranberry Saw Us" nel 1990 come cantante; la formazione cambierà poi nome in "The Cranberries".

Il 18 luglio 1994 si unisce in matrimonio con Don Burton, tour manager degli inglesi Duran Duran.

Dolores partecipa alla realizzazione di quattro album dei Cranberries, "Uncertain EP" (1991), "Everybody else is doing it, so why can't we?" (1993), "No need to argue" (1994) e "To the faithful departed" (1996); poi il 23 novembre 1997 nasce Taylor Baxter Burton, suo primo figlio.

La carriera di Dolores prosegue con il nuovo album "Bury the Hatchet" (1999); dopo il tour che segue il disco festeggia la nascita della figlia Molly Burton (27 gennaio 2001, data che coincide con il compleanno del marito Don).

Dopo altre due pubblicazioni, "Wake up and smell the coffee" e la raccolta di successi "Stars - The Best of 1992 - 2002", nel 2003 la band si scioglie; la notizia non suscita troppo clamore anche per l'assenza totale di una dichiarazione ufficiale.

Dopo tredici anni di dedizione al gruppo, la prima occasione in cui compare il nome di Dolores O'Riordan come artista solista è nella colonna sonora del film "Spider-Man 2", con la sua canzone "Black Widow" (composta in occasione della morte per cancro della suocera).

Nel 2004 compare come ospite nell'album "Zu & Co." dell'italiano Zucchero, con la canzone "Pure Love".

Il 10 aprile 2005 nasce un'altra bambina, Dakota Rain Burton (cui dedicherà la canzone "Ordinary Day").

Tra le sue partecipazioni vi sono un duetto con Luciano Pavarotti e l'incisione dell'Ave Maria di Schubert (cantata a cappella) per la colonna sonora del film "La passione di Cristo", di Mel Gibson.

Dolores compare inoltre nel film di Adam Sandler "Cambia la tua vita con un click" (2006), interpretando se stessa e cantando la sua "Linger".

Il suo primo album da solista esce nel 2007 e si intitola "Are you listening?".

Biografia di Luciano Pavarotti

Big Luciano!
12 ottobre 1935
6 settembre 2007

Chi è Luciano Pavarotti?


Nato il 12 ottobre 1935 a Modena, il celebre tenore emiliano ha manifestato fin da subito una precoce vocazione al canto, come testimoniato dai resoconti familiari. Non solo infatti il piccolo Luciano saliva sul tavolo della cucina per le sue esibizioni infantili ma, spinto dall'ammirazione per il padre, anch'egli tenore dilettante (dotato di bellissima voce e cantante nella "Corale Rossini" di Modena), passava intere giornate davanti al giradischi, saccheggiando il patrimonio discografico del genitore. In quella collezione si celavano tesori di tutti i tipi, con gran prevalenza per gli eroi del belcanto, che Pavarotti imparò subito a riconoscere e ad imitare.

I suoi studi però non sono stati esclusivamente musicali e anzi per lungo tempo questa era solo una passione coltivata in privato.

Adolescente, Pavarotti si iscrive alle magistrali con lo scopo di diventare insegnante di educazione fisica, cosa che si stava quasi per verificare, avendo egli insegnato per ben due anni alle classi elementari. Parallelamente, per fortuna, proseguiva gli studi di canto con il Maestro Arrigo Pola (di cui seguirà i principi e le regole per tutta la sua lunga carriera), e in seguito - quando tre anni più tardi Pola tenore di professione, si trasferisce per lavoro in Giappone - con il Maestro Ettore Campogalliani, con il quale perfeziona il fraseggio e la concentrazione. Questi sono, e resteranno per sempre, secondo le parole del Maestro, i suoi unici e stimatissimi maestri.

Nel 1961 Pavarotti vince il concorso internazionale "Achille Peri" che segna il suo vero esordio sulla scena canora.

Finalmente, dopo tanto studio, arriva il tanto atteso debutto, avvenuto a ventisei anni (precisamente il 29 aprile del 1961), al Teatro Municipale di Reggio Emilia con un'Opera divenuta per lui emblematica, ossia la "Bohème" di Giacomo Puccini, più volte ripresa anche in tarda età, sempre nei panni di Rodolfo. Sul podio c'è anche Francesco Molinari Pradelli.

Il 1961 è un anno fondamentale nella vita del tenore, una sorta di spartiacque fra la giovinezza e la maturità. Oltre al debutto, è l'anno della patente e del matrimonio con Adua Veroni, dopo un fidanzamento durato ben otto anni.

Nel 1961-1962 il giovane tenore interpreta ancora La Bohème in diverse città d'Italia, ottiene pure qualche scrittura fuori confine e intanto si cimenta con il ruolo del Duca di Mantova in un'altra opera particolarmente adatta alle sue corde: "Rigoletto". Va in scena a Carpi e a Brescia ma è sotto la guida del maestro Tullio Serafin, al Teatro Massimo di Palermo, che ottiene un successo grandissimo e imprime una nuova, significativa svolta alla sua carriera. Da quel momento viene invitato da numerosi teatri: in Italia è già considerato una promessa, ma all'estero, nonostante qualche incursione prestigiosa, ancora non si è imposto.

È nel 1963 che, grazie a una fortunata coincidenza, raggiunge la notorietà internazionale. Sempre sulla via dell'opera La Bohème, al Covent Garden di Londra il destino di Luciano Pavarotti incrocia quello di Giuseppe Di Stefano, uno dei suoi grandi miti giovanili. Viene chiamato per fare alcune recite dell'opera prima dell'arrivo dell'acclamato tenore, ma poi Di Stefano si ammala e Pavarotti lo sostituisce. Lo rimpiazza in teatro e anche nel "Sunday Night at the Palladium", uno spettacolo televisivo seguito da 15 milioni di inglesi.

Ottiene un enorme successo e il suo nome comincia a prendere peso sulla scena mondiale. La Decca gli propone le prime incisioni, inaugurando così la favolosa produzione discografica pavarottiana. Il giovane direttore d'orchestra Richard Bonynge gli chiede di cantare a fianco di sua moglie, la straordinaria Joan Sutherland.

Nel 1965 Pavarotti sbarca per la prima volta negli Stati Uniti, a Miami, e insieme alla sopraffina, acclamata Sutherland è interprete di una applauditissima Lucia di Lammermoor diretta da Bonynge. Sempre con la Sutherland debutta con successo al Covent Garden di Londra nell'opera

"La Sonnambula". E prosegue con una fortunatissima tournée australiana che lo vede protagonista di "Elisir d'Amore" e, sempre insieme alla Sutherland, di "La Traviata", "Lucia di Lammermoor" e ancora "La Sonnambula".

Ma ecco che si riaffaccia "La Bohème": il 1965 è pure l'anno del debutto alla Scala di Milano, dove il tenore viene espressamente richiesto da Herbert von Karajan per una recita dell'opera pucciniana. L'incontro lascia un segno forte, tanto che nel 1966 Pavarotti viene nuovamente diretto da Karajan nella "Messa da Requiem" in memoria di Arturo Toscanini.

Del 1965-1966 sono anche le incisive interpretazioni di opere come "I Capuleti e i Montecchi" con la direzione di Claudio Abbado e "Rigoletto" diretto da Gianandrea Gavazzeni.

Ma il best del 1966 è il debutto di Pavarotti al Covent Garden, insieme a Joan Sutherland, in un opera divenuta leggendaria per la "sequenza dei nove do di petto": "La Figlia del Reggimento". Per la prima volta un tenore emette a piena voce i nove do di "Pour mon âme, quel destin!", scritti da Donizetti per essere emessi in falsetto. Il pubblico esulta, il teatro è scosso da una sorta di esplosione che investe pure la casa reale inglese presente al gran completo.

Gli anni Sessanta sono fondamentali anche per la vita privata del tenore. È di quel periodo la nascita delle amatissime figlie: nel 1962 nasce Lorenza, seguita nel 1964 da Cristina e infine nel 1967 arriva Giuliana. Pavarotti ha un legame fortissimo con le figlie: le considera il bene più importante della sua vita.

Il prosieguo della carriera pavarottiana è tutto sulla falsariga di questi strepitosi successi, in una teoria di incisioni, interpretazioni e ovazioni sui palchi di tutto il mondo e con i più famosi maestri che al solo elencarli può cogliere un senso di vertigine. Tutto questo, ad ogni modo, è la solida base su cui si erge il mito, anche popolare, di Pavarotti, un mito che, non bisogna dimenticarlo, si è andato alimentando in primo luogo sulle tavole del palconscenico e grazie alle indimenticabili interpretazioni fornite nel repertorio "colto", tanto che più d'uno vede nel tenore modenese non solo uno dei più grandi tenori del secolo, ma anche la stella in grado di oscurare la fama di Caruso.

Pavarotti ha infatti un indiscutibile pregio, quello di avere una delle voci più squisitamente "tenorili" che si siano mai sentite, un vero miracolo della natura. Possiede insomma una voce molto estesa, piena, argentina, a cui si unisce una capacità di fraseggiare con particolare suggestione nel canto affettuoso e tenero, lo stesso che ben si addice al repertorio di Donizetti, Bellini e in talune opere di Verdi.

In seguito al successo planetario in campo operistico, il tenore ha esteso le sue esibizioni al di fuori dallo stretto ambito del teatro, organizzando recitals in piazze, parchi e quant'altro. Ha coinvolto migliaia di persone nei più disparati angoli della Terra. Un esito clamoroso di questo genere di manifestazioni si ha nel 1980, al Central Park di New York, per una rappresentazione del "Rigoletto" in forma di concerto, che vede la presenza di oltre 200.000 persone. A fianco di ciò, fonda il concorso "Pavarotti International Voice Competition", che dal 1981 si svolge ogni tre o quattro anni a Philadelphia per volontà del maestro.

La fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta vedono il maestro impegnato in grandi concerti e grandi recite internazionali. Nel 1990, insieme a José Carreras e Placido Domingo, Pavarotti dà vita a "I Tre Tenori", un'altra grande trovata che assicura esiti, in termini di ascolto e di vendite, altissimi.

Nel 1991 affascina più di 250 mila persone con un grande concerto a Hyde Park di Londra. Nonostante la pioggia battente, che cade pure sugli entusiasti Principi di Galles Carlo e Diana, lo spettacolo diviene un evento mediatico, trasmesso dal vivo in televisione in tutta Europa e negli Stati Uniti. Il successo dell'iniziativa londinese si ripete nel 1993 al Central Park di New York, dove approda una mastodontica folla di 500 mila spettatori. Il concerto, trasmesso dalla televisione, viene visto in America e in Europa da milioni di persone ed è senza dubbio una pietra miliare nella vita artistica del tenore.

Grazie a questi riscontri popolare sempre più estesi, Pavarotti ha poi intrapreso una più controversa carriera all'insegna della contaminazione dei generi, effettuata perlopiù nell'organizzazione di colossali concerti di grande richiamo, grazie soprattutto all'intervento, come "ospiti" di stelle del pop di prima grandezza. E' il "Pavarotti & Friends", dove l'eclettico Maestro invita artisti di fama mondiale del pop e del rock per raccogliere fondi a favore di organizzazioni umanitarie internazionali. La kermesse si ripete ogni anno e vede la presenza di numerosissimi superospiti italiani e stranieri.

Nel 1993 riprende "I Lombardi alla prima crociata", al Metropolitan di New York,un'opera che non interpreta dal 1969, e festeggia i primi venticinque anni di carriera al MET con un grande gala. A fine agosto, durante il concorso ippico Pavarotti International, incontra Nicoletta Mantovani, che diventa poi compagna nella vita e collaboratrice artistica. Il 1994 è ancora all'insegna del Metropolitan dove il tenore debutta con un'opera del tutto nuova per il suo repertorio: "Pagliacci".

Nel 1995 Pavarotti compie una lunga tournée sudamericana che lo porta in Cile, Perù, Uruguay e Messico. Mentre nel 1996 debutta con "Andrea Chénier" al Metropolitan di New York e canta in coppia con Mirella Freni alle celebrazioni torinesi per il centenario dell'opera "La Bohéme". Nel 1997 riprende "Turandot" al Metropolitan, nel 2000 canta all'Opera di Roma per il centenario di "Tosca" e nel 2001, sempre al Metropolitan, riporta in scena "Aida".

Luciano Pavarotti ha oltrepassato i quarant'anni di carriera, una carriera intensa e piena di successi, offuscata solo da qualche ombra passeggera (ad esempio la celebre "stecca" presa alla Scala, un teatro peraltro dal pubblico particolarmente difficile ed implacabile). Nulla sembrava d'altronde incrinare mai l'olimpica serenità del Maestro, forte di una piena soddisfazione interiore che gli ha fatto dichiarare: "Penso che una vita spesa per la musica sia una vita spesa in bellezza ed è a ciò che io ho consacrato la mia vita".

Nel luglio 2006 viene operato d'urgenza in un ospedale di New York per l'asportazione di un tumore maligno al pancreas. Poi si stabilisce nella sua villa nel modenese cercando di condurre una personale lotta contro il cancro. All'età di 71 anni si è spento il 6 settembre 2007.

Biografia di Sully Prudhomme

16 marzo 1839
6 settembre 1907

Chi è Sully Prudhomme?


René Francois Armand Prudhomme nasce il 16 marzo 1839 a Parigi, da Sully, piccolo commerciante che solo due anni dopo lo lascerà orfano di padre, e Clotilde Caillat. Compie i primi studi fino al baccellierato (una sorta di diploma) in Scienze al quale aggiunge, nel 1858, quello in Lettere: i suoi molteplici interessi, infatti, spaziano dalle scienze al diritto fino alla filosofia ed alla letteratura, ma sarà quest'ultima a tracciare la sua via maestra. Nel 1859 trova lavoro presso le officine metallurgiche di Le Creusot, nel cantone di Montcenis. L'anno seguente torna a Parigi per iscriversi all'Ecole de Droit per poi ripartire, con alcuni amici, alla volta di Bruxelles e Anversa, viaggiando lungo le sponde del fiume Reno.

Nel 1861 aderisce al gruppo artistico-letterario "Conférence La Bruyère", una società di studenti che ha molto apprezzato le sue poesie e che rappresenta il trampolino di lancio per la sua carriera artistica. Ancora ventiquattrenne, Sully Prudhomme (come ha deciso di chiamarsi) ha già le idee chiare sul ruolo della poesia e dei poeti: contrario alle esasperazioni del romanticismo, egli intende l'arte come pura espressione di bellezza, scevra da ogni influenza esterna, quindi impersonale e non contaminata da impegno sociale o politico. Questa sua visione di "perfection formelle" lo porta inevitabilmente ad aderire al movimento parnassiano, anche se il suo stile - con la propensione verso i temi filosofici e scientifici - rimane fortemente personale.

Dopo la pubblicazione del suo primo libro "Stanze e poemi" (1865), che nel 1879 gli varrà il premio Pulitzer e grazie al quale raggiunge la notorietà, parte alla volta dell'Italia con il suo amico poeta e critico d'arte Georges Lafenestre.

La guerra franco-prussiana, che vede Parigi assediata dai tedeschi nel 1870, lo induce ad arruolarsi nell'8^ compagnia del 13° battaglione della Guardia Mobile e gli costerà gravi pregiudizi alla salute. L'evento bellico viene trattato da Sully Prudhomme in "Impressions de la guerre", nel 1872, e "La France", nel 1874. Nel 1875 pubblica "Le vane tenerezze", opera che, insieme a "Le solitudini" di qualche anno prima (1869), sono le più rappresentative dello stile parnassiano. Nel 1876 viaggia per Olanda e Belgio. Nel 1877 l'Académie Francaise gli assegna il premio "Vitet" per la sua attività letteraria; qualche anno più tardi, nel 1881, entra a far parte a pieno titolo dell'Istituzione, come Accademico di Francia.

Con "La giustizia" (1878), poema filosofico, sposa le idee positiviste; seguono "Il prisma" (1884), "La felicità" (1888), altro poema filosofico, "La vera religione secondo Pascal" (1905). In quest'ultimo filone, tuttavia, non riesce ad esprimere la stessa intensità poetica della fase precedente. All'atto dell'individuazione del primo destinatario del premio Nobel per la Letteratura, nel 1901, l'Accademia di Svezia individua in Sully Prudhomme il vincitore "in riconoscimento della sua composizione poetica, che dà prova di un alto idealismo, perfezione artistica ed una rara combinazione di qualità tra cuore ed intelletto".

Con il denaro ricevuto istituisce un premio di poesia in seno alla "Società degli uomini di lettere" e, l'anno successivo, insieme a José-Maria de Heredia e Leon Dierx dà vita alla "Società dei poeti francesi".

Le precarie condizioni di salute lo costringono sempre più all'isolamento fino alla morte, giunta improvvisa, Châtenay-Malabry, il 6 settembre 1907, all'età di 68 anni. Suo unico erede è il nipote Henry Gerbault. Fra il 1883 ed il 1908 escono gli otto volumi delle sue opere, dal titolo "Oeuvres".

Biografia di Solimano il Magnifico

Cesare dei Cesari
6 novembre 1494
6 settembre 1566

Chi è Solimano il Magnifico?


Süleyman, com'è noto in turco moderno, in Occidente conosciuto come Solimano I detto "il Magnifico", nasce a Trebisonda, il 6 novembre del 1494. Sultano dell'Impero ottomano dal 1520 fino alla sua morte, la sua ascesa coincide con il momento più elevato per la cultura ottomana, oltre che per la sua espansione militare e l'influenza politica. Sultano, califfo, protettore della Mecca, durante il suo regno si fa chiamare khan, rivendicando titoli ancestrali dell'antico Oriente, senza però rinunciare all'altra parte dell'allora mondo conosciuto, pretendendo spesso d'esser definito il "Cesare dei Cesari", erede di Roma e di Bisanzio.

Solimano è il figlio di Selim I, sultano dell'Impero Ottomano, passato alla storia con il soprannome di "feroce". Tuttavia il termine, almeno in Occidente, sarebbe la risultanza inesatta di una traduzione dall'arabo, indicante invece il termine "il ponderato". Resta il fatto che la sua ascesa sia coincisa con eventi cruenti dell'Impero riguardanti la sua stessa famiglia. Per salire al trono infatti il padre di Solimano nel 1512 avrebbe costretto il padre Bayezid II ad abdicare, imponendosi con la forza anche contro i suoi stessi fratelli, che avrebbe sterminato senza remore.

Quanto all'erede al sultanato si hanno notizie di lui sin da quando è poco più che un bambino. A sette anni viene inviato nelle scuole del Palazzo di Istanbul dove conosce e si affeziona a Pargali Ibrahim Pascià, lo schiavo che sarebbe poi stato scelto dal futuro sultano come suo consigliere fidato e personale. Pascià, noto anche come Frenk Ibrahim Pascià, sarebbe stato nominato da Solimano "Gran Visir", ossia dignitario, feudatario, tra i ministri più influenti dell'impero, tra l'altro il primo nominato dal futuro "magnifico" nel momento della sua ascesa. Nella capitale, il piccolo Süleyman apprende le scienze, la storia, le lingue e le lettere, oltre a materie come la teologia e le tecniche militari, che molto gli serviranno in futuro.

Nemmeno ventenne, Solimano compie le prime esperienze di governo, amministrando svariate province, come Bolu, in Anatolia settentrionale, e nel 1509 Caffa, in Crimea, il luogo dov'è nata sua madre, terra di conquista anche da parte degli europei.

Nel 1512 è nella regione della Magnesia per amministrarla. Qui si trova anche circa otto anni dopo, quando suo padre Selim I, in luglio, si avvia verso Edirne, probabilmente per organizzare l'ennesima campagna militare. Durante il viaggio però, nel piccolo villaggio di Sirt, si ammala gravemente e muore, il 21 settembre del 1520. Da quel momento, la successione passa nelle mani del figlio Süleyman.

Tra le prime migliorie apportate dal nuovo sultano ottomano c'è sicuramente la tolleranza culturale e religiosa. A quei tempi infatti, se in Occidente ad un musulmano non è permesso di risiedere, tra gli ottomani invece, per volere del loro sultano, è concesso ai cristiani non solo di abitare, ma anche di professare liberamente i loro culti religiosi. Questa tolleranza, unita ad altri interventi altrettanto illuminati, rendono subito la capitale Istanbul una località accogliente e dinamica. Quando Solimano Il Magnifico si insedia, la città conta già 400 mila abitanti, ma alla fine della sua esperienza di governo i sudditi saranno quasi raddoppiati. L'Impero accoglie le altre etnie, ben consapevole che il loro apporto ne possa accrescere anche la forza economica e l'espansione culturale.

Tra le altre idee di Solimano c'è un'autocrazia severa e insuperabile. Tuttavia il fatto di avere praticamente tutti sotto di sé, come veri e propri schiavi, compresi i ministri e gli alti governanti, crea una certa mobilità sociale, annullando di fatto una nobiltà di nascita e permettendo a tutti di farsi valere nel regno. Questa è anche un'altra spiegazione all'elevato numero di europei, durante il suo sultanato, che chiedono la cittadinanza turca.

A conferma del fatto di disporre di ogni uomo in modo eguale, c'è l'episodio della condanna a morte del suo Gran Visir di fiducia, Pascià. Quando questi raggiunge un'influenza che sembra eccessiva, il sultano lo fa condannare, confiscando le sue proprietà, esattamente nel 1536.

Per imporsi, Solimano abbatte una lunga serie di nemici, forte del suo esercito prediletto, il corpo di fanteria dei Giannizzeri, considerati l'apparato militare migliore dell'Impero Ottomano. Il sultano impone per loro, quale unica fonte di reddito, il ricavato dagli esiti di guerra. Per questa e per altre ragioni, la prima parte del sultanato del Magnifico si orienta verso le campagne militari, alla conquista di altri popoli e confini.

Dopo un anno dalla successione, pertanto, il nuovo sultano completa la presa di Belgrado e della Serbia, avviata dal padre. Ritornato in patria - spesso è lui a guidare personalmente le truppe - si occupa della città di Gerusalemme, conquistata da Selim, avviando una serie di migliorie, come la costruzione delle mura della fortezza intorno alla Città Vecchia.

Nel 1522, con 400 navi, Solimano prende l'isola di Rodi, in Grecia, fortezza cristiana, occupandola con 200.000 uomini. Tre anni dopo, forte delle sue conquiste, il sultano si allea con Francesco I di Francia, in lotta con l'imperatore Carlo V, e attacca i territori di Ungheria, altra terra bramata dal precedente sultano. L'anno dopo i turchi conquistano il territorio europeo e segnano la loro massima espansione in Occidente.

Successivamente, divisa quasi l'Europa tra ottomani e cristiani, Carlo V e il fratello Ferdinando I, riescono a riprendersi l'Ungheria, nonostante gli assedi di Solimano, come quello famoso di Vienna, del 1532. L'anno dopo, un trattato ne divide i confini.

Negli anni '30 del suo sultanato, il Magnifico rivolge le proprie attenzioni ad Oriente, verso la Persia. La presa di Baghdad arriva nel 1534. Da quel momento, inizia per l'antica capitale persiana un lungo declino, sotto il dominio di Istanbul, invece ogni anno più fiorente. Sempre più forte, Solimano mira ai territori dell'Azerbaigian e della Georgia, nel Caucaso. Entro la sua terza campagna di guerra, datata 1555, il sultano turco riesce ad ottenere nuovi confini in quelle zone, espandendo nuovamente i propri territori.

Per annessione poi, nello stesso periodo, ottiene parti del Nord-Africa, come la Tripolitania, la Tunisia e l'Algeria: tutti stati cuscinetto con una propria seppur limitata indipendenza, tali da consentire al sultano di avere sempre un occhio sull'Europa. È in questo momento, e su queste coste, che le truppe navali ottomane raggiungono il loro massimo dal punto di vista dell'efficienza militare.

Nel 1554 però le truppe portoghesi riescono a sbaragliare i turchi nel Golfo Persico, fino ad allora in loro controllo. Da questo momento comincia per gli ottomani un lento ma inesorabile declino militare e politico, segnato poi dalla morte del loro più importante sultano.

Solimano Il Magnifico muore a Szigetvár, in terra d'Ungheria, tra il 5 e il 6 settembre, nel 1566, durante l'ennesima campagna militare, questa volta contro l'imperatore Massimiliano II d'Asburgo. Viene sepolto accanto a Roxelana, sua concubina più amata, nel mausoleo situato nei pressi della moschea Süleymaniye di İstanbul.

Biografia di Roger Waters

Think pink
6 settembre 1943

Chi è Roger Waters?


Parlare di Roger Waters e della sua vita significa inevitabilmente seguire, come in filigrana, anche il glorioso percorso dei Pink Floyd, complesso rock dalla forte inventiva e dai connotati psichedelici. Tutto iniziò nel 1965 quando Syd Barrett, Bob Close, Rick Wright, Nick Mason e appunto Roger Waters si unirono in un gruppo chiamato Sigma 6. Waters, nato nel 1945, aveva da tempo preso lezioni di basso e di armonia da un insegnante del suo paese natale, dimostrando subito una notevole creatività ed una curiosità insaziabile nei confronti della musica leggera che circolava al tempo.

George Roger Waters (nato a Great Bookham, Inghilterra, il 6 settembre 1943) nei primi anni '60 partecipa alla Campagna per il Disarmo Nucleare, di fatto la sua prima apparizione pubblica.

In una nota biografica, cosi descrive i suoi primi passi come musicista: "Studiavo architettura al Regent Street Polytechnic, dove formammo diversi gruppi. Non era una cosa seria, non si suonava per un pubblico. Avevamo molti nomi, uno stupendo era i Meggadeaths. Passavamo il tempo pensando a come spendere i soldi che avremmo fatto". Investii una parte dei sussidi in una chitarra spagnola e presi due lezioni allo Spanish Guitar Centre, ma non ce la facevo con tutti quegli esercizi. Nei college c'è sempre una stanza dove la gente gravità con i propri strumenti o altre cose. Ripensandoci bene, devo sicuramente aver avuto una chitarra ancora prima di allora, perché ricordo di aver imparato a suonare "Shanty Town". Ero del tutto disinteressato a ciò che stavo facendo al college. In questo Paese l'architettura è un tale compromesso con il fattore economico, che mi ero proprio rotto le scatole. A quel punto incominciai come gli altri a spendere tutti i sussidi per gli strumenti musicali. Mi ricordo di aver urlato contro il direttore di una banca dicendogli che sarei diventato ricchissimo un giorno, mentre chiedevo un prestito di 10 sterline. Imparammo un'ottantina di canzoni, tutte degli Stones".

Dopo un breve periodo comunque il gruppo si scioglie e, tutti i membri fondatori continuano la loro attività musicale proseguendo per strade diverse. In seguito, si forma un nuovo gruppo composto da un chitarrista (Syd Barrett), un bassista (Roger Waters), un tastierista (Rick Wright), e un batterista (Nick Mason). Il gruppo cambia più volte nome divenendo di volta in volta "The Screaming Abdabs", "T-Set", "The Architectural Abdabs", "The Pink Floyd Sound".

Alla lunga, a tutto il gruppo quest'ultimo sembra il nome più "nobile" e significativo. Molto si è discusso ed elucubrato sull'origine di questo strano nome, ma è ormai assodato che esso è il prodotto dell'unione dei nomi del jazzista Pink Anderson e del bluesman Floyd Council. Le prime apparizioni del gruppo avvengono al "Marquee" di Londra, locale divenuto portabandiera della cultura underground londinese. I Pink Floyd nel corso delle loro esibizioni nel locale, si dilungano in interminabili "suite" che mandavano in visibilio i giovani frequentatori. Sono gli albori dell'era "psichedelica" che, una volta giunta a maturazione, vedono i Pink Floyd fra i suoi più idiomatici e geniali cantori.

E' proprio al "Marquee" che i Pink Floyd incontrano il loro primo manager, Peter Jenner, il "demiurgo" che riesce a procurar loro un contratto settimanale con la London Free School. Durante uno di questi appuntamenti i Floyd usano un proiettore per diapositive, puntato direttamente sui di loro e sincronizzato con la musica, dando vita al "Light Show" che diventa una caratteristica peculiare del gruppo.

Successivamente i Floyd fanno molte apparizioni in un altro locale di nuova apertura, l'"UFO", diventato ben presto uno dei ritrovi preferiti del movimento underground inglese.

In seguito a questa classica gavetta, finalmente i Floyd arrivano ad incidere il loro primo "45" giri, datato 11 marzo 1967. Fortunatamente il successo è quasi immediato e proietta il pezzo inciso nella top 20 inglese, anche se emergono alcuni problemi di censura, dovuti al titolo originale del brano: "Let's roll another one", che testualmente significa "Rolliamone un altro", con esplicito riferimento allo spinello.

Successivamente, il 12 maggio, i Floyd suonano alla "Queen Elizabeth Hall" in un concerto denominato "Games for May" elaborando un sistema stereofonico innovativo grazie al quale il suono si diffonde intorno alla sala in una sorta di circolarità dando al pubblico la sensazione di essere in mezzo alla musica. In seguito presentano in anteprima il singolo "Games for May" che viene pubblicato con il nuovo titolo "See Emily Play".

Per il primo album, "Piper At The Gates of Dawn" viene usato il nome "The Pink Floyd" ed in seguito, eliminando l'articolo "The" viene pubblicato il secondo album "A Saucerful Of Secret" utilizzando il definitivo e ormai perfezionato nome del gruppo. In questo periodo sorgono però i problemi con Syd Barrett, incapace di gestire emotivamente la popolarità ottenuta con "Piper At The Gates of Dawn". Il chitarrista comincia infatti a fare un uso massiccio e continuato di LSD (a quel tempo ancora legale), e, non riuscendo più a proseguire nel proprio lavoro, chiama nel gruppo il suo vecchio amico e chitarrista ritmico David Gilmour.

Il continuo peggioramento della condizione di Syd, costringe la band a non farlo partecipare ad alcuni concerti. Questo segna la definitiva uscita di Barrett dai Pink Floyd e l'inizio di un periodo di crisi per il gruppo che venne abbandonato anche da Peter Jenner, intenzionato a seguire Syd Barrett nella sua carriera da solista.

Ricorda in seguito Mason: "Eravamo sul punto di scioglierci; ci sembrava impossibile trovare un sostituto di Syd". Il nuovo quartetto, invece, trova miracolosamente una nuova carica e una potente capacità inventiva, tale da riuscire a sfornare una serie di capolavori che vanno da "More", ad "Ummagumma", da "Atom Heart Mother", ad "Obscured By Clouds". I Floyd, a quel tempo, si impegnano nel trovare un nuovo stile cercando di rimanere il più possibile vicini al sound creato da Syd Barrett, ossia un impasto psichedelico e visionario che mantiene però un profilo melodico di grande impatto.

Dopo questi album, alcuni dei quali indubbiamente fortemente sperimentali (basti pensare ad "Ummagumma", un doppio Lp in cui ogni componente della band aveva a disposizione una facciata del disco), è in arrivo una svolta stilistica di grande portata. Un'elaborazione che sfocia nel leggendario "The Dark Side of the Moon". Si tratta di un disco che ha collezionato record di ogni tipo (a dispetto della musica "difficile" che contiene): non solo ha venduto più di 25 milioni di copie (cifra per l'epoca enorme), ma è rimasto nelle classifiche di vendita degli album per un tempo infinito: qualcosa come 14 anni filati. Inoltre, è tutt'ora vendutissimo.

Logico dunque che, dopo questa ubriacatura, il gruppo cerchi in tutti i modi di mantenere il livello raggiunto con quell'album. Cosa assai difficile, se non impossibile. Ma nel 1975 i Pink Floyd hanno ancora molte frecce al loro arco e la vena inventiva è ancora ben lungi dall'essersi esaurita. Ecco allora comparire nei negozi "Wish You Were Here", un disco strano e complesso che consacra i Pink Floyd come uno dei più grandi gruppi musicali di tutti i tempi. Anche in questo caso, il successo commerciale non tarda ad arrivare.

Per completare la "trilogia" sull'alienazione umana che si va profilando con questi due dischi, in seguito il gruppo pubblica "Animals", il più dimenticato e il meno conosciuto dei tre (forse anche per via dell'irrimediabile pessimismo sulla natura umana che trapela dai testi). Durante il logorante tour che segue l'uscita di "Animals", si verificano degli episodi piuttosto spiacevoli come le sempre più frequenti e accese polemiche tra Roger Waters ed il pubblico: "Diventò un'esperienza assolutamente alienante quella di esibirsi nei concerti, e fu così che divenni pienamente consapevole del muro che ormai ci separava dal nostro pubblico"; sono parole del bassista. Ma, tournè a parte, vi è ancora parecchio materiale che esige di vedere la luce: è il caso delle canzoni contenute nel doppio "The Wall", uscito il 16 novembre 1979 dopo quasi tre anni di silenzio.

"The Wall" si impone subito come un successo commerciale di vastissime proporzioni, caratterizzandosi come prodotto di eccellente fattura, denso di effetti sonori e ricco di mille sfumature curate fin nei più piccoli dettagli. Il tour che segue l' uscita del vinile, forzatamente ridotto a poche date a causa dell'imponente struttura necessaria alla sua realizzazione, è un successo straordinario.

Dopo il tour di "The Wall", Rick Wright, trovatosi in disaccordo con Roger Waters lascia il gruppo e, in seguito, i Pink Floyd fanno uscire un nuovo album chiamato "The Final Cut" scritto stavolta interamente da Waters (ma non bisogna dimenticare che Waters è comunque sempre stato la vera anima creatrice dei Pink Floyd). Qualcuno sostiene che in fondo "The Final Cut" può considerarsi il primo album solista di Waters: a supporto di questa tesi circola anche la voce che Gilmour andasse in studio, registrasse gli assoli, e se ne andasse. Ad ogni modo, non appena completata la stesura della partitura, Roger Waters lascia il gruppo. A giudizio di critici ed esperti, "The Final Cut" è a conti fatti un'opera percorsa dai limiti della progressiva interiorizzazione solitaria di Roger Waters, ossessionato da incubi di guerra e da angosciosi e struggenti ricordi paterni.

Tutto ciò ha però contribuito a farlo diventare autocratico, considerandosi il creatore unico delle canzoni dei Floyd, entrando spesso in contrasto con gli altri membri del gruppo e portandolo nel 1986, dopo precedenti controversie, a dichiarare definitivamente sciolto il gruppo, cosa che provoca la reazione di Gilmour che ricorrendo in appello alla decisione dell'Alta Corte di Londra, ribalta la sentenza a suo favore.

Successivamente nel 1987, Gilmour e Mason tentano la strada della rinascita dei Pink Floyd, nella speranza di resuscitare l'enorme interesse che il gruppo originario suscitava nel pubblico. A parte il nuovo lavoro, "A Momentary Lapse of Reason", che ha buone ma non straordinarie vendite, il tentativo può dirsi in parte riuscito, soprattutto in virtù del numero colossale di persone disposte a sentire i Pink Floyd dal vivo nelle loro rare esibizioni. Il sospetto, però, è che si tratti pur sempre della riviviscenza di un vecchio amore.

Dopo varie lotte penali e verbali, invece, Waters continua con la sua carriera solista, anche se indubbiamente il pubblico ha fatto una certa fatica a identificare l'artista, a causa del fatto che i Pink Floyd hanno passato la maggior parte della loro carriera nel più completo anonimato, mostrandosi e concedendosi poco ai media. Waters si riscatta riproponendo nel 1990 "The Wall" (complice la caduta del muro di Berlino), organizzando un concerto di beneficenza per il Memorial Fund for Disaster Relief, eseguito davanti a 25.000 spettatori e trasmesso in molte parti del mondo, nel luogo che divideva le due Germanie.

Per quanto riguarda i progetti musicali degli altri membri, invece, è indubitabile che l'assenza di Waters, ormai preso dai suoi progetti solistici (piuttosto deludenti, a detta degli intenditori), si è fatta sentire in modo pesante. Al tour mondiale che segue la parziale "reunion" dei Floyd, partecipa come session-man anche il "vecchio" Richard Wright, successivamente reintegrato definitivamente al gruppo. Un anno più tardi i Floyd realizzano "Delicate Sound of Thunder", per alcuni il segno di un inarrestabile declino. Nel 1994 il trio pubblica "The Division Bell", mentre l'ultima opera risale al 1995 con la realizzazione di "Pulse".

L'ultima fatica di Roger Waters è "Ça ira", un'opera lirica in tre atti su libretto di Etienne Roda-Gil, presentata in anteprima mondiale il 17 novembre 2005 all'auditorium Parco della Musica di Roma. Il tema dell'opera è la Rivoluzione francese (il titolo deriva proprio da un omonimo canto popolare della rivoluzione francese).