Biografie di personaggi famosi e storici nato il 4 settembre


Biografie di personaggi famosi e storici

Biografie di personaggi famosi nella storia e celebrità

Sommario:

1. Carmen Consoli
2. Marcel Achard
3. Antonin Artaud
4. Rita Atria
5. Francois-Renè De Chateaubriand
6. Giacinto Facchetti
7. Alphonso Ford
8. David Garrett
9. Ivan Illich
10. Beyonce Knowles
11. Ivan Pavlov
12. Cino Ricci
13. Gigi Sabani
14. Santa Rosalia
15. Albert Schweitzer
16. Georges Simenon


Biografia di Carmen Consoli

Confusa e felice
4 settembre 1974

Chi è Carmen Consoli?


Carmela Carla Consoli, ormai conosciuta da tutti con il nome d'arte di Carmen Consoli, nasce il 4 settembre 1974 a San Giovanni La Punta, in provincia di Catania, da Maria Rosa e Giuseppe Consoli. Talento precocissimo, ha preso esempio soprattutto dal padre, ottimo suonatore di chitarra che le ha trasmesso i rudimenti dell'arte musicale.

Già a partire dai quattordici anni Carmen era una vera e propria forza della natura. Il pubblico, nonostante la giovane età, non le procurava alcuna soggezione e si è da sempre trovata a suo agio sul palco, come potrebbero testimoniare le persone la sentivano cantare fino a notte fonda nei pub e nei locali catanesi con un gruppo chiamato "Moon's dog party". Una vita da rockstar in erba che mal si conciliava con l'impegno scolastico, anche se la brava Carmen ha sempre fatto di tutto per rispettarlo (ha frequentato l'istituto di ragioneria con indirizzo programmazione).

Finalmente nel 1995, chiamata dalla Cyclope Records, collabora per la realizzazione di un cd tributo a Franco Battiato (intitolato "Battiato non Battiato"), cantando "L'animale". La sua voce è inconfondibile e rimane decisamente impressa a chiunque abbia avuto modo di sentirla la prima volta. Nel 1995 partecipa a Sanremo giovani con la canzone "Quello che sento", presentata dal concittadino Pippo Baudo. Si era già iscritta all'università in Lingue e aveva preparato 3 esami, ma nel 1996 arriva la chiamata a Sanremo, dove presenta la canzone "Amore di plastica", scritta con la collaborazione di Mario Venuti, e lascia perdere gli studi.

Francesco Virlinzi, produttore e fondatore della Cyclope Records, dopo l'esordio a Sanremo produce il suo primo cd, uscito nel 1996 e, nello stesso anno realizza i video di "Amore di plastica" e "Lingua a sonagli".

Dopo l'enorme successo Carmen si ripropone a Sanremo nel 1997 con il brano "Confusa e felice", divenuto ormai un suo cavallo di battaglia e che verrà utilizzato anche come colonna sonora dello spot del profumo RoccoBarocco.

Il secondo album solista, uscito sulla scia del grande successo ottenuto dal singolo conferma la salda posizione che Carmen ha raggiunto nei cuori di tanti fan, tanto è vero che si aggiudica il tanto sospirato disco di platino. Un riconoscimento che per un artista italiano è una vera rarità.

Nel 1998 è il momento di un duetto con Mario Venuti, ex leader dell'ormai inesistente gruppo dei Denovo. Il titolo è "Mai come ieri": il lancio del pezzo è accompagnato da un videoclip, cosa anch'essa non così scontata per gli artisti nostrani, che soffrono di cronica carenza di mezzi e risorse.

Nello stesso anno vede la luce anche il terzo cd, "Mediamente isterica", il titolo che le porterà maggior fortuna e che verrà celebrato in un tour lungo tutta l'Italia. Tra il 1998 e il 1999 produce anche tre video dalle canzoni di quest'ultimo album ("Besame Giuda", 1998; "Eco di sirene", 1999; "Autunno dolciastro", 1999).

Intanto, dopo le grandi fatiche di quell'anno così intenso, la cantante catanese si prende una pausa di riflessione e diserta le edizioni sanremesi del 1998 e del 1999, tornando però alla ribalta alle soglie del 2000 con "In bianco e nero", sempre ottimamente piazzato nelle classifiche italiane.

Malgrado il vasto successo in veste solistica, Carmen non ha mai scordato le collaborazioni, una "pratica" che l'intensa cantautrice predilige particolarmente. Innumerevoli gli artisti che hanno avuto l'onore di averla accanto: oltre al già citato Mario Venuti, nell'elenco si trovano anche La Crus, Irene LaMedica, Paola Turci, Natalie Merchant, Lula, Marco Parente, Nuovi Briganti, Francesca Lago e altri ancora.

Il suo quinto cd "Stato di necessità" ha goduto di un lancio più internazionale, contando anche su una versione pensata apposta per il mercato francese in cui ad esempio si trovano versioni di "Bambina impertinente" (che diventa "Gamine impertinente"), "Parole di burro" (trasformata in "Narcise"), e una cover di Serge Gainsbourg "JE suis venu te dire que je m'en vais".

I lavori successivi sono stati "L'anfiteatro e la bambina impertinente" (2001, dal vivo con orchestra), "L'eccezione" (2002), "Un sorso in più" (2003, dal vivo a MTV Supersonic), "Eva contro Eva" (2006), "L'uomo che ama" - Musiche originali del film (2008), "Elettra" (2009).

Biografia di Marcel Achard

Gaio brio
5 luglio 1889
4 settembre 1974

Chi è Marcel Achard?


Nasce come Marcel Augustin Ferréol a Sainte-Foy-lès-Lyon il 5 luglio 1899. All'inizio della sua carriera di scrittore, subito dopo la Prima guerra mondiale, adotta lo pseudonimo di Marcel Achard. Dopo una breve esperienza nel campo del giornalismo si dedica al teatro cogliendo il suo primo importante successo quando Charles Dullin, nel 1923, porta sulla scena "Voulez-vous jouer avec moâ?", che rimane forse la sua opera più originale e significativa. Autore brillante, esponente moderno del teatro del boulevard, Achard saprà spesso trovare la via del successo presso il pubblico. Lavorerà anche per il cinema come sceneggiatore e scriverà i testi di due commedie musicali.

La caratteristica distintiva dei testi di Achard è l'umore onirico di malinconia sentimentale, sottolineato quasi sempre dal titolo.

I più grandi successi di Achard arrivano nel periodo tra le due guerre mondiali, quando i critici contemporanei lo paragonano ad alcuni rinomati predecessori francesi, quali Pierre de Marivaux o Alfred de Musset.

Dopo la Seconda guerra mondiale, nonostante le critiche che riceve, la sua produzione letteraria continua. "L'idiote", sarà un'opera conosciuta negli Stati Uniti per essere alla base del film "Uno sparo nel buio".

Quattro opere di Achard sbarcano anche a Broadway. "A shot in the dark" vanta il maggior numero di rappresentazioni: adattato da Harry Kurnitz e diretto da Harold Clurman, raggiugerà il consistente numero di 389 repliche; tra i protagonisti: Julie Harris, Walter Matthau e William Shatner.

I numerosi soggetti cinematografici di Achard sono solitamente incentrati su eventi storici: tra questi vi sono "Mayerling" (1936), "Orage" (1938) e "Félicie Nanteuil" (1942).

Marcel Achard muore a Parigi il 4 settembre 1974.

Opere teatrali di Marcel Achard:

- Voulez-vous jouer avec moâ? (1923)

- Marlborough s'en va-t-en guerre (1924)

- La femme silencieuse (1925)

- Je ne vous aime pas (1926)

- Je vous aime (1928)

- Jean de la Lune (1929)

- Domino (1932), messo in scena da Louis Jouvet

- Pétrus (1934)

- Noix de coco (1936)

- Le corsaire (1938)

- Adam (1939)

- Auprès de ma blonde (1946)

- Nous irons à Valparaiso (1947)

- Le Moulin de la Galette (1951)

- Les Compagnons de la marjolaine (1953)

- Patate (1954), messo in scena da Pierre Dux

- L'Idiote (1960), messo in scena da Annie Girardot al théâtre Antoine

- Turlututu (1962)

- Machin-Chouette (1964)

- Gugusse (1968)

- La Débauche (1973)

Biografia di Antonin Artaud

4 settembre 1896
4 marzo 1948

Chi è Antonin Artaud?


Antoine Marie Joseph (detto Antonin) Artaud nasce il 4 settembre del 1896 a Marsiglia da una famiglia borghese: sua madre, Euphrasie Nalpas, ha origini turche (Smirne), mentre suo padre Antoine è capitano di lungo corso. L'infanzia del piccolo Antonin viene turbata, a quattro anni, dalla malattia: il bambino viene colpito, infatti, da una forma di meningite piuttosto grave, ritenuta la causa dei problemi neurologici che si presenteranno in seguito (balbuzie, nevralgia e episodi di grave depressione). Negli anni dell'adolescenza Artaud viene sottoposto a diversi ricoveri in sanatorio, anche se tra il giugno e il luglio del 1916 riesce comunque ad arruolarsi nell'esercito: viene tuttavia scartato a causa di auto-indotti episodi di sonnambulismo. Nel corso dei ricoveri, passa il tempo leggendo: tra i suoi autori preferiti ci sono Poe, Baudelaire e Rimbaud. Nel maggio del 1919 inizia, suo malgrado, a diventare dipendente dagli oppiacei, a causa della prescrizione del laudano compiuta dal direttore del sanatorio.

Circa un anno dopo si trasferisce a Parigi, dove, interessandosi di teatro, si avvicina ai surrealisti. Ha modo di incontrare, tra l'altro, il direttore del Theatre de l'Oeuvre Lugné-Poe, colui che ha messo in scena autori come Henrik Ibsen, Oscar Wilde, Alfred Jarry e Maurice Maeterlinck, in contrapposizione a un teatro ritenuto sclerotizzato sul repertorio di antiche tragedie e commedie borghesi del Secondo Impero. Antonin Artaud viene assunto da Lugné-Poe, e immediatamente si rivela un artista eclettico e un attore talentuoso: crea, tra l'altro, i costumi e le scene per "La vita è sogno" di Calderòn de la Barca. Poco dopo ha l'occasione di lavorare, su consiglio di Max Jacob, con Charles Dullin, fondatore del Theatre de l'Atelier. In questo modo incontra l'attrice Génica Athanasiou, che diventerà la sua amante, interprete di Antigone nella tragedia omonima, la cui scenografia, nella messa in scena di quel periodo, è disegnata addirittura da Picasso.

Lasciato Dullin, nel 1923 Antonin Artaud passa nella compagnia di Georges e Ludmilla Pitoeff: in quell'anno, per altro, il direttore della "Nouvelle Revue Francaise" Jacques Rivière rifiuta la sua prima raccolta di scritti. Tra i due, in ogni caso, comincia una corrispondenza nella quale il marsigliese esprime la propria concezione di scrittura, intesa come una lotta tra l'introspezione e l'incompletezza formale. Lo scambio epistolare è motivato soprattutto dall'esigenza di Artaud di sentirsi apprezzato dal punto di vista letterario: la corrispondenza viene pubblicata sulla rivista. Antonin, frattanto, rimane sempre più deluso dal teatro, che gli propone unicamente ruoli poco importanti, e di conseguenza rivolge la propria attenzione al cinema, desideroso di vedere riconosciute le proprie capacità. Si avvantaggia, dunque, del fatto che suo cugino Louis Nalpas sia il direttore artistico della Société des Cinéromans: è a lui che si rivolge per ottenere aiuto. Nalpas gli permette di ottenere una parte nel film di Luitz-Morat "Surcouf, le roi des corsaire", e una nel cortometraggio di Claude Autant-Lara "Fait divers", le cui riprese avvengono nel marzo del 1924.

Artaud diventa, in seguito, direttore dell'Ufficio delle Ricerche Surrealiste, e si occupa della realizzazione di poemi in prosa e sceneggiature cinematografiche. Alcuni suoi testi vengono pubblicati sull'organo ufficiale del gruppo surrealista chiamato "La Révolution surréaliste". Negli ultimi mesi del 1926 Antonin si oppone all'idea, sorta nel gruppo, di aderire al partito comunista francese: viene, per questa ragione, escluso dal movimento, che in ogni caso non si era mai mostrato favorevole alla concezione di teatro rivoluzionario che egli proponeva. Tramite Nalpas, Artaud riesce comunque a trovare nuovi sbocchi creativi, entrando in contatto con Abel Gance, il quale gli propone di interpretare Marat nel film "Napoléon". Dopo aver provato a ottenere il ruolo di Roderick Usher nel film di Jean Epstein "La chute de la maison Usher" (tentativo rivelatosi, però, infruttuoso), nel 1930 è costretto a chiudere il Theatre Alfred Jarry, che aveva fondato pochi anni prima con Robert Aron e Roger Vitrac: l'esperienza fallisce a causa della mancanza di risorse economiche, nonostante la messa in scena di diverse opere tra cui una scritta dallo stesso Artaud.

Nel 1931 entra in contatto con il teatro balinese, rimanendone fortemente impressionato: prova a ripeterne l'esperienza, con le modifiche opportune, nel dramma "I cenci", in scena al Theatre des Folies-Wagram, dove cerca di mettere in pratica molte delle teorie esposte sul "Teatro della Crudeltà". Nel 1936 salpa dal Belgio intenzionato a sbarcare in Messico, interessato a scoprire la cultura indigena precortesiana. Una volta giunto nel continente americano, Antonin Artaud sperimenta il peyote, e tiene tre conferenze a Città del Messico, intitolate "Surrealismo e rivoluzione", "L'uomo contro il suo destino" e "Il teatro e gli dei". Fa pubblicare da Jean Paulhan "Il teatro e il suo doppio", e, al ritorno dal Messico (dopo essere passato dall'Irlanda) viene arrestato e imprigionato in una camicia di forza, prima di venire internato in diverse cliniche francesi.

Nei successivi nove anni viene sottoposto a elettroshock molto frequentemente, al punto da cadere in coma oltre cinquanta volte. Nel 1943 viene portato nella clinica Rodez, dove inizia a disegnare e scrivere su piccoli quadernetti; nella primavera del 1946, invece, viene spostato in una clinica di Ivry, dove gli viene concessa la possibilità di muoversi. In questo modo, può recarsi a Parigi, per incontrare i suoi vecchi amici, tra i quali Pierre Loeb, che gli consiglia di scrivere qualcosa a proposito di Van Gogh. Artaud, dunque, scrive "Van Gogh il suicidato della società", in cui denuncia la coscienza malata della società causa della mancanza di senno dell'artista. Nel gennaio del 1948 ad Artaud viene diagnosticato un cancro colon-rettale. Muore nel giro di poco tempo, il 4 marzo di quell'anno, da solo, in una clinica psichiatrica, probabilmente dopo avere ingerito una dose mortale di acido cloridrico.

Biografia di Rita Atria

4 settembre 1974
26 luglio 1992

Chi è Rita Atria?


Rita Atria è una testimone di giustizia, vittima indiretta della mafia. Nasce a Partanna (Tp) il 4 settembre 1974, muore a Roma il 26 luglio 1992. Figlia di Giovanna Cannova e don Vito Atria (ufficialmente allevatore di pecore, in realtà piccolo boss locale), Rita cresce in questo comune che da centro di pastori si trasforma nel tempo in un luogo di traffico di denaro proveniente dal giro della droga.

Negli anni dell'ascesa al potere dei Corleonesi, Partanna, Alcamo e altri comuni del Belice, fungono da scenario alle lotte per il potere tra vari clan rivali. Vito Atria è un mafioso vecchio stampo, fa parte di quella mafia che sussurra alla politica ma che non vuole sporcarsi le mani con la droga e questo, all'epoca, significa mettersi contro i Corleonesi che stanno invadendo il trapanese di "raffinerie" di eroina.

Da carnefici a vittime

Nel 1985, due giorni dopo le nozze del figlio Nicola con Piera Aiello, don Vito viene ucciso in un agguato, vittima egli stesso dell'ascesa insanguinata dei Corleonesi ai vertici di Cosa Nostra. Rita ha soltanto 11 anni, è una bambina. Alla morte del genitore, il fratello Nicola assume il ruolo di capofamiglia e l'amore e la devozione per quel padre mafioso, ma pur sempre padre, si riversa su quest'unica figura maschile a lei vicina e su Piera, sua cognata. Nicola è un pesce piccolo che con il giro della droga acquista rispetto e potere. Il loro rapporto si fa intenso e complice, al punto da trasformare la "picciridda" (bambina) Rita in una confidente. È in questi momenti di intimità fraterna che Nicola rivela tanti segreti: i nomi delle persone coinvolte nell'omicidio del padre, il movente, chi comanda a Partanna, chi decide la vita e la morte. Lo stesso fidanzato di Rita, Calogero Cascio, un giovane del suo paese impegnato nella raccolta del pizzo, le dà l'opportunità di venire a conoscenza di fatti che non dovrebbe sapere.

Nel giugno del 1991 anche Nicola Atria muore in un agguato. La cognata di Rita, presente all'omicidio del marito, decide di denunciare gli assassini alla polizia, è il mese di luglio. Dopo il trasferimento in località segreta di Piera e dei suoi figli, Rita Atria resta a Partanna sola, rinnegata dal fidanzato (perché cognata di una pentita) e da sua madre, con cui non ha mai avuto un buon rapporto, che lamenta il perduto onore della famiglia a causa di Piera.

A pochi mesi di distanza (novembre), la diciassettenne Rita Atria, per dar voce al suo desiderio di vendetta, di rivalsa su quel "mondo" vigliacco in cui non ha scelto di nascere ma che sceglie di rifiutare, segue l'esempio di Piera chiedendo allo Stato giustizia per l'omicidio del padre e del fratello. La vendetta tanto desiderata, a poco a poco, si trasforma in "voglia di vedere altre donne denunciare e rifiutare la mafia".

Le confessioni di una "picciridda"

È l'allora procuratore di Marsala, Paolo Borsellino (collaborano anche Alessandra Camassa, Morena Plazzi e Massimo Russo), a raccogliere le dichiarazioni di Rita Atria che, nel tempo, ha segnato sul suo diario le confidenze fattele dal fratello. Le deposizioni di Rita e Piera consentono alla giustizia di fare luce sugli ingranaggi che regolano le cosche mafiose del trapanese e della Valle del Belice, delineando gli scenari della faida sanguinaria - più di 30 omicidi - tra la famiglia Ingoglia e gli Accardo. Le loro dichiarazioni consentono, inoltre, di avviare un'indagine sul discusso operato dell'onorevole Vincenzino Culicchia, sindaco di Partanna per più di trent'anni.

Trasferita a Roma sotto protezione e falso nome, Rita vive isolata, costretta a frequenti cambi di residenza. Non rivedrà più la madre che la rinnega per l'affronto recato alla famiglia, nonostante il tentativo da parte di Borsellino di far sì che Giovanna accetti le scelte della figlia. Proprio con Borsellino, invece, Rita instaura un rapporto confidenziale. In "zio Paolo", come comincia a chiamarlo, trova un uomo gentile con cui si sente al sicuro.

Luglio 1992

L'uccisione del giudice Borsellino (strage di via D'Amelio) avvenuta il 19 luglio del 1992 getta Rita nello sconforto. Il 26 luglio, una settimana dopo la morte dello "zio Paolo", Rita Atria si suicida gettandosi dal settimo piano del palazzo in cui vive.

"Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto che ha lasciato nella mia vita. […]Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c'è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta".

Il funerale di Rita si celebra a Partanna, né la madre né il paese partecipano alla commemorazione di questa giovane testimone di giustizia. A distanza di qualche mese la stessa Giovanna distrugge con un martello la lapide della figlia posta sulla tomba di famiglia, per cancellare la presenza scomoda di una "Fimmina lingua longa e amica degli sbirri" che non è riuscita ad allinearsi ad una condotta d'onore. Per lungo tempo la memoria di Rita non trova pace, e per molto tempo la sua tomba non ha una foto che ricordi la "picciridda", seppellita nello stesso cimitero insieme ad alcuni di quegli uomini che ha denunciato e che hanno un nome, una foto, un ricordo.

Biografia di Francois-Renè De Chateaubriand

L'enchanteur
4 settembre 1768
4 luglio 1848

Chi è Francois-Rene De Chateaubriand?


Chateaubriand, nato a Saint-Malo (nella Bretagna francese) il 4 settembre 1768, è diventato uno dei più celebri scrittori della letteratura francese. Discendente di una nobile famiglia bretone, venne avviato fin da giovane alla carriera militare e, a Parigi, fu testimone dei primi eventi rivoluzionari. Sono fermenti sociali che lo vedono inizialmente partecipare in modo distaccato e scettico, in osservanza del già pronunciato conservatorismo che lo scrittore ostentava. Nel 1791 compie un viaggio nel Nordamerica, utile per aprirgli la mente e stimolarlo ad un confronto fertile tra altre culture, altri luoghi e la madrepatria. Tornato in Francia, comincia ad assumere un atteggiamento decisamente più attivo nei confronti della politica, tanto da unirsi alle forze controrivoluzionarie, in difesa dello status quo e della dell'organizzazione monarchica della società.

Ma la Rivoluzione Francese è un evento inarrestabile che tutto trascina, un moto della storia violento e febbrile, facente leva delle ondate progressiste scatenate dai difensori della ragione e del progresso sociale. I conservatori come lui si ritrovano quindi ben presto in cattive acque. Lo scrittore è quindi costretto a riparare in Inghilterra, dove visse in pratica da esule per ben sette anni (dal 1793 al 1800).

Il ritiro londinese è foriero di nuove ispirazioni e di alacre lavoro letterario. Nel 1797 pubblica il "Saggio storico sulle rivoluzioni", intriso malgrado tutto dello spirito illuminista che permeava il settecento (non a caso si pone l'accento sulla storia), ma non senza tracce di un'inquietudine religiosa che poco tempo dopo, nei giorni della crisi spirituale seguita alla morte della madre e della sorella, lo condusse a riabbracciare la perduta fede dell'infanzia. L'opera successiva "Il genio del cristianesimo", iniziata nell'ultimo anno d'esilio e completata dopo il ritorno a Parigi, riflette il proposito di Chauteaubriand di porre il talento letterario al servizio della fede cristiana, difendendola dagli attacchi del voltairianesimo e illustrandone le bellezze poetiche e morali.

Partecipano di tale disegno più letterario che filosofico i due brevi romanzi che Chateaubriand incluse nell'opera "Atala", che narra la vicenda d'amore di due indiani della Louisiana con l'intento di mostrare le armonie della religione con le scene della natura e le passioni del cuore umano, e "Renè", che attraverso il racconto velatamente autobiografico dei giovani anni del protagonista condanna le passioni indeterminate e le sterili fantasticherie che hanno condotto Renè a un'esistenza di tedio e di solitudine.

"Il genio del cristianesimo" ottenne il plauso dell'opinione francese che ritornava in quegli anni alla fede tradizionale dopo la bufera rivoluzionaria, mentre nei tratti del melanconico Renè amarono riconoscersi le prime generazioni romantiche. A dimostrare la superiorità del "meraviglioso cristiano" sul "meraviglioso pagano" Chateaubriand scrisse quindi l'epopea in prosa "I martiri" (1809), dopo essersi recato in Grecia e in Terra Santa per meglio documentarsi sui luoghi della narrazione, ambientata al tempo delle persecuzioni di Diocleziano. Le note e impressioni di viaggio, raccolte nell' "Itinerario da Parigi a Gernsalemme", riuscirono uno scritto vivace e non aggravato da intenti epici e apologetici; esso prendeva re mosse, del resto, da una fitta tradizione di relazioni letterarie sull'Oriente. Ricche di suggestioni esotiche e primitivistiche sono anche tre opere composte anni prima: "Le avventure dell'ultima Abencerage", "I Natchez" (pubblicate entrambe nel 1826), e il "Viaggio in America" pubblicato l'anno dopo.

Nominato pari di Francia dopo il ritorno del Barboni, Chateaubriand prese parte attiva alla vita politica della Restaurazione, ricoprendo anche importanti incarichi diplomatici e di governo, ma si dimise dalla camera nel 1830, con l'avvento della monarchia di Luglio. Ritiratosi a vita privata, si dedicò all'elaborazione delle "Memorie d'oltretomba" (composte negli ultimi anni di vita), appassionata rievocazione della sua vita nel quadro d'una tormentata epoca storica.

Nell'operosa maturità, confortata dall'amicizia di Mme Recamier, attese anche a minori opere storiche e a una "Vita di Rancé" dove Chauteabriand, tracciando la vita di un religioso del Seicento, ritrova la propria immagine, le proprie illusioni e amarezze.

Dotato di una penna elegante e fortemente suggestiva, guidata da un senso molto forte dell'idea di bellezza, Chauteabriand esercitò una forte influenza sulla letteratura dell'Ottocento, annunciando tendenze e motivi destinati a grande fortuna nel secolo romantico. Si spense a Parigi il 4 luglio 1848.

Biografia di Giacinto Facchetti

Condottiero dentro e fuori dal campo
18 luglio 1942
4 settembre 2006

Chi è Giacinto Facchetti?


Un giorno Helenio Herrera, guardando una prova non soddisfacente di un terzino, disse: "Questo ragazzo sará una colonna fondamentale della mia Inter". Lo spilungone bergamasco Giacinto Facchetti, nato a Treviglio il 18 luglio 1942, era al suo esordio assoluto in serie A, (21 maggio 1961, Roma-Inter 0-2). Non aveva convinto troppo, ma quella profezia si riveló abbastanza azzeccata, e una volta inserito nel meccanismo d'orologio che erano i nerazzurri, vide pentirsi i critici.

Alla Trevigliese dei suoi esordi Giacinto Facchetti non era terzino, bensí attaccante, ma una volta arrivato in nerazzurro il Mago Herrera lo piazzó in difesa.

Il dono della sua antica posizione, lo scatto, era l'arma in piú che cercava: un terzino diventato all'improvviso ala, avanzando fino alla porta rivale.

Inatteso goleador oltre che forte nei recuperi, Facchetti si fece un nome prestissimo nella compagine milanese ed inscrisse il proprio nome in tutte le

prodezze degli anni d'oro della Grande Inter.

Senza paura di sbagliare, chiunque poteva dire che per il ruolo di laterale sinistro c'era un Prima e un Dopo Facchetti. Infatti, la sua ascesa fu presa in considerazione presto per il nuovo Commisario Tecnico Edmondo Fabbri, che lo chiamò per le qualificazioni della Coppa Europea di Nazioni il 27 marzo 1963 contro la Turchia ad Istambul (vinse l'Italia per 1-0). Per il primo gol dovette aspettare 20 mesi, sbloccando il risultato al primo minuto della gara ad eliminazione con la Finlandia, finita 6-1 per gli azzurri.

L'annata 1963 con l'Inter fu speciale. Il terzino bergamasco ricevette lodi in tutte le lingue. Nascono forti perplessitá per il suo impiego in nazionale in un ruolo difensivo, dove la velocitá viene dosata in ben altra maniera.

La mobilitá che Fabbri si auspicava dai suoi terzini in Nazionale, e che Facchetti aveva, non arrivó, principalmente perché i primi due anni in maglia

azzurra non significarono per lui la grande svolta che molti si aspettavano.

La novitá della sua posizione gli fa soffrire una strana dualitá con Sandro Mazzola, se uno dei due non segna, si comincia a parlare di crisi. Come se non bastasse questo tormentone, i rapporti tra lui e Fabbri si incrinano.

Scoppia tutto dopo la prima amichevole, giá ottenuti i biglietti per l'Inghilterra. Era il momento propizio per far sí che il gruppo interista passasse proprio allora al contrattacco. Il CT sosteneva di non poter trapiantare un modulo senza il giocatore cardine - Suárez - e i giocatori (Corso e Facchetti in primis) lamentavano le scelte del tecnico romagnolo.

"Il vero calcio italiano é quello dell'Inter e non quello della Nazionale italiana", apre i fuochi alla stampa francese un - a dir poco - insoddisfatto Facchetti, che spiega non aver realizzato reti, sua specialitá cardine "perché il signore Fabbri ci proibisce di andare avanti. Lui vuole solo pareggiare, e con i soli pareggi non arriveremmo da nessuna parte in Inghilterra".

Profetiche parole. "Giacinto Magno", come lo chiamó il grande giornalista Gianni Brera, ebbe dura vita ai mondiali inglesi, specialmente di fronte al russo Cislenko, l'ala che segnó la rete della vittoria dell'Urss, e non meno contro i coreani. Si macchia cosí della caduta sportiva piú vergognosa del calcio italiano, ma anche questa volta risorge. Dopo la Corea diviene capitano a soli 24 anni e riprende con la solita forza la strada.

Mentre l'Inter nel 1967 andava incontro a Mantova e falliva la conquista di una storica tripletta, Facchetti avanzava verso la gloria mondiale. E se qualcuno prima dubitava del suo ruolo e parlava di crisi e della cosidetta "alimentazione di guerra", presto dovette ricredersi. La rivincita giunge con la prima Coppa Europea di Nazioni vinta dall'Italia (1968).

Una Coppa segnata dall'azzardo, una semifinale giocata sul lancio della monetina che Facchetti stesso scelse. Capitano nel bene e nel male, dunque, è tra i giocatori di rilievo ad aver giocato in tutte e tre le Nazionali: Giovanile, B (1 partita ognuna) e naturalmente A.

In Messico, tre anni dopo, sembrava la volta buona per mettersi in mostra. Smarrito all'inizio come la maggioranza degli azzurri per la altezza, pressione e caldo, via via il suo gioco andò migliorando, e anche se la finalissima lo vide con il solito "animus pugnandi", finì con un 4-1 sfavorevole agli azzurri, ma con l'orgoglio rifatto.

Anni dopo ricorderà: "Mi volevano condannare all'ergastolo quando la Corea ci sconfisse in Inghilterra, e quattro anni dopo, quando vincemmo sulla Germania per 4 a 3 in Messico, raggiungendo la finale con i brasiliani, la polizia dovette fare un operazione di sicurezza per evitare che i tifosi prendessero mia moglie per portarci in trionfo. Comunque, fra i tanti difetti che ha, il calcio é una delle poche cose che all'estero fa parlar bene degli italiani".

La Vecchia Guardia interista chiude il ciclo di Herrera: vincerà uno scudetto con Invernizzi nel 1971 ma non sarà mai lo stesso. Giacinto ammira il Mago

oltre ogni limite: la visione e la competenza del suo allenatore lo esaltano. Ne diventa amico, ne canta le imprese, resta affascinato della maniera di affacciarsi al gioco.

E Facchetti si avvia alla ripartenza. I Mondiali di Germania sono il suo canto del cigno, attorno a lui, all'Inter e nella Nazionale i compagni di molte

battaglie vanno via oppure si ritirano. E lui resta, consapevole di poter ancora smentire chi lo definisce vecchio e finito.

Nella metà degli anni '70, Facchetti chiede a Suárez - diventato allenatore dell'Inter - di provare a farlo giocare da libero. Lo spagnolo resta convinto delle qualità del suo antico compagno: un libero mobile, plastico, un po' troppo "cavalleresco" per i suoi gusti ma infine un grande libero. In questa veste riconquista il posto di diritto e, incredibilmente, ritorna in Nazionale per arrivare al suo quarto mondiale.

Qui arriva la tragedia. Giocando per l'Inter Facchetti s'infortuna e, stringendo i denti, torna, anche se non in piena forma. Quando Enzo Bearzot chiama i 22 per andare in Argentina, in un atto di grande uniltà e sincerità sportiva, il capitano gli fa sapere di non essere in condizioni ideali e chiede al tecnico di scegliere un altro al posto suo.

Facchetti andò ugualmente, come dirigente accompagnatore. L'Italia arrivò quarta.

Il 16 novembre 1977, con 94 partite da capitano azzurro, Giacinto Facchetti lascia la Nazionale con questo record, che verrà poi superato solo da Dino Zoff e Paolo Maldini.

L'addio per l'Inter arriva il 7 maggio 1978, vincendo 2-1 sul Foggia: nell'arco della sua pulitissima carriera Facchetti è stato espulso una sola volta. Inizia la carriera di dirigente; lascia l'Inter solo per fare il vicepresidente all'Atalanta, poi torna al suo grande amore.

Ricopre ruoli di dirigente accompagnatore, o di rappresentanza all'estero. Il progetto di Helenio Herrera di farlo diventare l'allenatore dell'Inter con lui come direttore tecnico non avrà fortuna.

Diviene rappresentante all'estero dell'Inter, poi vicepresidente dell'Atalanta. Torna a Milano nella società nerazzurra durante la presidenza di Massimo Moratti con il ruolo di direttore generale.

Viene nominato vicepresidente dopo la morte di Peppino Prisco ed infine Presidente a partire dal mese di gennaio 2004, dopo le dimissioni di Massimo Moratti.

Da qualche mese malato Facchetti è morto il 4 settembre 2006.

Biografia di Alphonso Ford

Al di là di tutto
31 ottobre 1971
4 settembre 2004

Chi è Alphonso Ford?


Da ben sette anni Alphonso Ford ("Fonzie", come lo chiamavano i suoi tifosi a Pesaro o "Foffo" per i suoi ex tifosi di Siena) giocava una partita contro una malattia silenziosa che era più forte della vita stessa. Eppure Alphonso la giocava con uno spirito eroico, commovente e soprattutto senza alibi, senza commiserazione. Aveva il dono di essere un atleta fuori dalla norma, che "valeva da solo il prezzo del biglietto", e niente avrebbe potuto fermarlo o quantomeno stoppare uno dei suoi classici tiri in sospensione.

Alphonso Ford era nato per giocare a basket, un talento naturale, esplosivo ma tecnico al tempo stesso, agonista e leader: l'uomo dell'ultimo tiro o di "palla a Fonzie e buona fortuna difensore". Sì perché quando Ford era in uno contro uno era semplicemente non difendibile.

Alphonso Ford nasce nel sud degli USA, a Greenwood nel Missisipi, il 31 ottobre 1971. Chi conosce la gente del profondo sud degli states ripete sempre che questa gente "dà del tu alla vita", nel senso che nonostante le difficoltà e le ingiustizie rimane fiera e dignitosa e soprattutto forte. Lo testimonia la storia dell'Alabama, dello stesso Missisipi e le storiche piantagioni di cotone di quelle parti, dove il lavoro e la vita non ti regalavano mai niente; da sempre sotto il giogo del ricco Nord degli USA, ma mai schiacciati, mai sconfitti.

Ford vive di pallacanestro sin da giovanissimo; all'università frequenta la locale Missisipi Valley State, divenendone il giocatore più rappresentativo della sua storia. Nei suoi quattro anni di college totalizza oltre 3000 punti, divenendo di gran lunga il miglior realizzatore di ogni epoca. Finito il college viene scelto dai Philadelphia 76ers al secondo giro; la scarsa visibilità del suo college di provenienza e il suo fisico "normale" purtroppo incidono sulla considerazione degli scout NBA, che non conoscendo a pieno le qualità e le possibilità di Alphonso, lo lasciano scappare nel limbo della CBA, la seconda lega cestistica americana. Una storia comune a molti talenti americani.

Alphonso allora decide di cercare la fortuna in Europa, giocando in diversi campionati, spagnolo, turco e greco. La svolta arriva nel 1999/2000, quando Ford è nel roster del Peristeri Atene, squadra impegnata nell'Eurolega. Fonzie irrompe nel palcoscenico europeo divenendo il capocannoniere della manifestazione più prestigiosa per club con circa 26 punti di media. La sua prima grande occasione (giunta inspiegabilmente a 30 anni) la ha nel 2001/02, all'Olympiakos Atene, una delle squadri più forti di Grecia e d'Europa. Alphonso Ford impressiona, è un atleta di lusso per il basket europeo, uno che fa da solo una squadra. Anche nella stagione con i "diavoli" di Atene si conferma topscorer dell'Eurolega con 21.1 punti di media e con la conquista della coppa di Grecia (inutile dire che Ford fu il miglior marcatore della finale con 24 punti).

L'anno successivo l'emergente Monte Paschi Siena decide di puntare al vertice italiano ed europeo allestendo una grande squadra; la stella su cui si punta è Alphonso Ford. Assoluto dominatore e leader della squadra, diviene la migliore guardia della serie A e trascina Siena ad una prima storica semifinale scudetto. In Europa la stagione è ancora più esaltante; Siena raggiunge le final four di Barcelona e cede solo per due punti nella semifinale tutta italiana con la Benetton. Per il terzo anno di seguito Ford si laurea miglior marcatore della manifestazione; per Siena diventa un idolo.

La stima nei suoi confronti non si affievolisce nemmeno quando nell'estate del 2003 Alphonso passa a Pesaro, nella nuova Scovolini Pesaro di Melillo. Raggiunge una finale di Coppa Italia, conquista la qualificazione per la prossima Eurolega. In campionato dopo un'ottima regular season la Scavo giunge stanca ai playoff e cede nella semifinale a Siena. Ford gioca la sua ultima partita ufficiale il 29 maggio 2004, proprio contro la sua ex squadra. Sempre ai vertici, leader indiscusso della squadra, in estate Pesaro gli propone il rinnovo contrattuale. Fonzie tentenna, molti pensano che abbia offerte da altre squadre.

La dura realtà emerge il 26 agosto 2004, dopo che Alphonso aveva appena messo firma sul rinnovo; scrive una lettera commovente alla società ed ai tifosi, una lettera di un uomo fiero e straordinario, mai fuori dalle righe: "Cari amici sono nella sfortunata posizione di dover annunciare che non sarò in grado di disputare la stagione 2004-2005 con la Scavolini. Purtroppo le mie condizioni di salute non mi consentono più, a questo punto, di competere come un atleta professionista. In questo momento sono veramente grato a tutti voi e a tutti gli allenatori, compagni di squadra, tifosi, arbitri e dirigenti che, nel corso di tutti questi anni, mi hanno dato l'opportunità di competere nello sport che ho amato di più. Per quanto riguarda il mio club, la Scavolini Pesaro voglio di cuore ringraziare ogni persona dell'organizzazione, i miei compagni di squadra, i miei allenatori e i nostri grandi tifosi. Voglio che ognuno di voi continui ad avere fede. Siate forti e combattete duro. Il mio cuore sarà sempre con tutti voi".

Da ben sette anni Ford combatteva contro la leucemia, per tutto questo tempo ha deliziato i parquet di Europa con le sue giocate. Oggi proviamo a pensare che Alphonso abbia fatto tutto questo pur essendo malato, pur debilitato. Una lezione unica, irripetibile. Alphonso Ford muore solo 9 giorni dopo quella lettera, nella notte del 4 settembre, in un ospedale di Memphis.

Pesaro, Siena e tutto il basket italiano piangono la morte di questo eroe dello sport moderno; lontano dai riflettori, dai vizi e dall'arroganza di altri ben noti sport, una lezione di coraggio, determinazione, di amore per la vita che non scorderemo.

Biografia di David Garrett

Interpretare le fusioni
4 settembre 1980

Chi è David Garrett?


David Garrett è il nome d'arte di David Bongartz, violinista e compositore tedesco-statunitense, nato ad Aquisgrana (Germania) il giorno 4 settembre 1980. Il padre Georg Peter Bongartz è un avvocato tedesco mentre la madre, Dove Garrett, è una ballerina statunitense. David, come si intuisce, ha scelto il cognome della madre come nome d'arte, con ogni probabilità per far "suonare" il suo nome più internazionale.

Il piccolo David ha appena quattro anni quando il fratello maggiore riceve in dono un violino dal padre. E' David però a dimostrare maggiormente interesse (e talento) per lo strumento, che impara in fretta a suonare. Un anno più tardi partecipa a una competizione musicale e vince il suo primo riconoscimento.

Già a dieci anni di età il piccolo David collabora con la Filarmonica di Amburgo; nel 1994, a soli quattordici anni, firma un accordo con la Deutsche Grammophon per l'incisione di diverse opere come solista.

Entra di diritto nel Guinness dei primati dell'anno 2008 per aver eseguito "il volo del calabrone" in 1 minuto e 6 secondi (si tratta di un pezzo classico noto per la rapidità in cui le note si susseguono e per il quale sono necessarie grande tecnica e precisione).

Dotato di una bella presenza, negli anni in cui compie i suoi studi musicali girando anche il mondo per unirsi a diverse orchestre di musica classica, si mantiene lavorando anche come modello.

Nella sua carriera ha registrato diversi dischi, ma la sua predilezione è quella della fusione della musica classica con il rock. Note sono state le sue interpretazioni violinistiche dei brani "Nothing Else Matters" dei Metallica, e "Smells Like Teen Spirit" dei Nirvana.

David Garrett ha dichiarato definitivamente la sua missione di voler unire il genere classico con quello rock con il suo album "Rock Symphonies" (del 2010), fondendo ad esempio le Quattro Stagioni di Vivaldi, con il brano "Vertigo" degli U2.

Garrett ha la grande fortuna di suonare un preziosissimo violino Stradivari; come musicista ha avuto modo ri ricevere grandi apprezzamenti dai direttori d'orchestra Daniel Barenboim e Zubin Mehta.

Nell'ambito della kermesse canora di Sanremo 2012 David Garrett suona musiche dei Nirvana sulle cui note danza la ballerina e artista Simona Atzori.

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Discografia essenziale (in studio):

Free (2007)

Virtuoso (2007)

Encore (2008)

David Garrett (2009)

Classic Romance (2009)

Rock Symphonies (2010)

Legacy (2011)

Biografia di Ivan Illich

Cultura senza confini
4 settembre 1926
2 dicembre 2002

Chi è Ivan Illich?


Ivan Illich nasce il 4 settembre del 1926 a Vienna, figlio di madre ebrea sefardita e di padre croato. Rivelatosi particolarmente intelligente sin da bambino, impara la lingua tedesca, quella francese e quella italiana, e già da ragazzo è in grado di padroneggiarle come se fossero sue lingue madri: la sua predisposizione a imparare gli idiomi stranieri si confermerà in seguito, quando apprenderà il greco antico, il croato, l'hindi, il portoghese e lo spagnolo.

A soli undici anni, nel 1937, viene ammesso dai padri scolopi al Piaristengymnasium di Vienna, dove intraprende gli studi medi; sei anni più tardi, nel 1943, entra a far parte del liceo di Firenze intitolato a Leonardo da Vinci, che gli assicura una preparazione scientifica di primo livello, confermata da voti eccellenti.

Iscrittosi alla Pontificia Università Gregoriana, si dedica allo studio della filosofia e della teologia, ma al tempo stesso si impegna nella ricerca nel settore delle scienze naturali, leggendo volumi di cristallografia e istologia nelle università di Firenze e di Roma. Sostenuto dal rettore Cesare Federici, nel mese di novembre del 1945 Ivan, all'età di diciannove anni, entra in seminario a Roma, presso il Collegio Capranica, senza rinunciare agli studi alla Gregoriana, che gli regalano la licenza in filosofia - nel 1947 - e la licenza in teologia - nel 1951.

Dopo essersi iscritto all'Università di Salisburgo per studiare teologia e storia medievale, riceve a Roma l'ordinazione sacerdotale nel marzo del 1951. Dopo pochi mesi Illich si trasferisce negli Stati Uniti, a New York, intenzionato a proseguire gli studi a Princeton e contemporaneamente svolgere il compito di assistente parrocchiale. Nel corso di questi anni lo studioso di origini austriache ha modo di entrare a far parte dell'ambiente intellettuale della Grande Mela, collaborando, per esempio, al periodico "Integrity" e al quadrimestrale "Tought", edito dalla Fordham University: i suoi primi scritti vengono pubblicati sotto lo pseudonimo di Peter Canon.

A trent'anni Ivan viene eletto vice-rettore dell'Università Cattolica dello Stato di Porto Rico, mentre nel 1961 in Messico fonda il Cidoc, vale a dire il Centro Intercultural de Documentacion, con sede a Cuernevaca: si tratta di un centro di ricerca finalizzato a creare corsi per i missionari canadesi e statunitensi. Nello stesso anno viene nominato dalla Fordham delegato per il settore ricerche, collaborando attivamente con il Dipartimento di Sociologia e - in più di un'occasione - tenendo seminari.

Dopo aver partecipato, in qualità di consulente del cardinale Suenens, alla seconda e alla terza sessione del fondamentale Concilio Vaticano II, nel novembre del 1964, proprio mentre il Concilio dà il placet allo schema della "Gaudium et spes" che apparentemente non si oppone alla conservazione di armi nucleari, si ritira. Pochi anni dopo, sulla rivista "America", pubblicata dalla Compagnia di Gesù, pubblica un articolo intitolato "The seamy side of the charity", che non manca di suscitare preoccupazione negli ambienti più moderati del clero: la stessa cosa avviene per il testo di "The vanishing clergyman", apparso su "The critic". Nel frattempo, è successo che il Cidoc, complice la sua analisi critica del Cattolicesimo, è entrato in contrasto con il Vaticano.

Apertamente in conflitto con l'Opus Dei, dunque, Ivan viene chiamato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede a Roma, dove viene sottoposto a un interrogatorio motivato parzialmente anche da una preoccupata relazione fornita dalla Cia. Illich, quindi, si presenta nel mese di giugno del 1968 davanti al cardinale Franjo Seper, Prefetto della Congregazione, ma si oppone alla richiesta di mantenere il silenzio a proposito del procedimento a suo carico, facendo riferimento al motu proprio "Integrae Servandae"; inoltre, chiede che gli venga fatto conoscere l'insieme delle domande dell'interrogatorio prima che egli debba rispondervi.

Una volta ottenuta una lista di più di ottanta domande, Illich decide di non incontrare il giudice, e in una lettera consegnata a Seper denuncia la base inquisitoria del processo descrivendola come inaccettabile. Visto che non può procedere seguendo il percorso giudiziario, la Congregazione invita con insistenza l'ordinario di New York a richiamare nella sua diocesi Illich: egli, nel 1969, rivelerà di aver scelto di rinunciare a qualsiasi esercizio dei poteri e dei privilegi assegnatigli dalla Chiesa in maniera definitiva.

All'inizio degli anni Settanta Ivan continua a insegnare presso la Fordham University, mentre nel 1976, preoccupato causa di una eccessiva istituzionalizzazione del centro interculturale e dell'afflusso costante di accademici formali, sceglie di chiudere il Cidoc, anche per colpa di conflittualità pregresse. La decisione, in ogni caso, giunge con l'accordo unanime degli altri membri.

Mentre molti soci continuano l'attività di istruzione linguistica nella città messicana di Cuernevaca, Illich a partire dal 1977 inizia ad insegnare all'Università di Trento nella Facoltà di Sociologia, e nel frattempo gestisce eventi e seminari. Trasformatosi ben presto in un vero e proprio punto di riferimento per l'intero movimento studentesco, prosegue la propria attività di insegnamento come docente di storia medievale in Germania, presso l'Università di Kassel, nel triennio che va dal 1979 al 1981.

Poco dopo intraprende un ciclo di lezioni dedicato alla sessualità e ai generi sessuali, in scena all'Università di Berkeley, in California, mentre dal 1983 al 1986 per l'Università di Marburgo insegna storia medievale. Divenuto nel frattempo un collaboratore del Museo Nazionale Bavarese, viene nominato anche "visiting professor" presso il californiano Pitzer College situato a Claremont: la stessa carica gli viene assegnata anche a Berkeley, al College of Engineering. A Tokyo nel 1986 è uno dei membri della riunione della Società dell'Entropia, mentre l'anno successivo tiene lezioni per l'Università della Pennsylvania. Dopo aver insegnato a Chicago al Seminario Teologico McCormack e aver tenuto una conferenza al celebre Trinity College di Dublino, accetta le cattedre dell'Università di Brema e dell'Università di Oldenburg, in Germania.

Colpito da un tumore che tenta di curare utilizzando metodi tradizionali, in aperto conflitto con la medicina ufficiale, inizia a fumare oppio per alleviare il dolore. Dopo aver saputo da un medico che la possibilità di rimuovere la forma tumorale sarebbe stata legata alla perdita della parola, decide di convivere con la malattia, che lo porta alla morte, il 2 dicembre del 2002, a Brema.

Pedagogista, storico, scrittore e filosofo, Ivan Illich è stato un personaggio dalla cultura sconfinata: linguista e libero pensatore, ha sempre rifiutato la definizione di teologo, anche in virtù della sua volontà di alienarsi da qualunque schema pre-costituito, riuscendo così ad anticipare riflessioni non dissimili da quelle altermondiste. Interessato a un'analisi critica delle istituzioni che caratterizzano la società contemporanea, dopo aver concentrato parte della sua vita in America Latina, al fine di istruire i volontari e i preti che avrebbero partecipato alle missioni in Nord America, ha deciso di dedicarsi all'insegnamento in Europa. Ispirandosi al valore della convivialità, senza mai trascurare il criterio di umanizzazione derivato dalla fede cristiana, è attualmente identificato come uno dei più importanti sociologi del Novecento.

Come detto, punto di partenza di molte sue riflessioni è il concetto di convivialità, inteso come l'opposto della produttività industriale. Se è vero che ogni essere umano viene identificato anche dal rapporto con l'ambiente e con le altre persone, il rapporto industriale si configura come un riflesso condizionato, vale a dire come una reazione stereotipa del soggetto rispetto alle comunicazioni provenienti da un altro utente o da un ambiente artificiale che egli non sarà mai in grado di comprendere; viceversa, il rapporto conviviale è opera di persone che continuamente prendono parte alla costruzione della vita sociale.

La produttività, dunque, si identifica con un valore tecnico, mentre la convivialità è rappresentata come valore etico: una è un valore materializzato, l'altra un valore realizzato. Secondo il pensiero di Illich, le radici della crisi mondiale vanno ricercate nel fallimento dell'impresa moderna, vale a dire nella macchina che ha preso il posto dell'uomo. La scoperta umana porta alla specializzazione dei compiti, ma anche a una centralizzazione del potere e a una istituzionalizzazione dei valori: succede, però, che l'uomo si trasforma in un ingranaggio burocratico, in un accessorio della macchina. Se l'uomo vuole poter contare in futuro, disegnando egli stesso i limiti della società, non può che riconoscere e accettare l'esistenza di soglie naturali che non possono essere superate: in caso contrario, si rischia che lo strumento e la macchina si trasformino da servitori a tiranni.

La società, insomma, una volta superata la soglia si trasforma in una prigione. La persona integrata nella collettività ricorre alla società conviviale per far sì che ciascuno possa utilizzare gli strumenti al fine di soddisfare le proprie esigenze, avvalendosi della libertà di modificare e cambiare gli oggetti che lo circondano, servendosene insieme agli altri.

Biografia di Beyonce Knowles

Figlia del destino
4 settembre 1981

Chi è Beyonce Knowles?


Beyonce Knowles, nata a Houston, Texas, il 4 settembre 1981, ha goduto di una rapida e brillante carriera nel mondo della musica pop. Per lei non sono mancate nemmeno le apparizioni nel cinema e una casa importante come l'Oreal l'ha scelta come testimonial.

Muove i primi passi nel mondo della musica a soli sedici anni quando forma (con Kelly Rowland, LaTavia Roberson e LeToya Luckett), la girlsband delle Destiny's Child.

Il gruppo comincia ad aprire i concerti per artisti hip-hop e R&B di grosso calibro, come Dru Hill, SWV e Immature. Il loro primo album, l'omonimo "Destiny's Child" (1998) - a cui collaborano Wyclef Jean e Jermaine Dupri - sforna la hit "No, No, No"; il secondo LP "The writing's on the wall" le afferma definitivamente sulle scene internazionali. È il 1999: l'album ottiene sette dischi di platino, 2 nomination ai Grammy e un Image Award; il gruppo contribuisce alle colonne sonore di film come "Men in black" (con Tommy Lee Jones e Will Smith).

Con il successo arrivano anche i problemi. Nel marzo 2000 LeToya e LaTavia lasciano la band. Vengono aggiunte Michelle Williams e Farrah Franklin (quest'ultima abbandona però dopo soli cinque mesi): ma non tutti i mali vengono per nuocere, se è vero che le Destiny's, in questa nuova formazione, raggiungono la consacrazione internazionale grazie al terzo lavoro in studio, "Survivor" e a "Independent Women Part 1", il theme-tune del film Charlie's Angels (con Drew Barrymore, Cameron Diaz e Lucy Liu). Beyonce vuole però tentare la strada solista, anche se il progetto Destiny's continua.

I produttori di "Austin Powers 3 - Goldmember" le hanno così offerto, tanto per uscire un po' dal seminato, la parte di protagonista femminile nel film della fortunata serie. Non contenta, sforna anche il suo primo singolo solista "Work it out", a cui fa seguito nel giugno del 2003 l'album "Dangerously in love": tra soul e R&B i risultati sono assolutamente lusinghieri.

Insieme Kelly Rowland e Michelle Williams pubblica l'ultimo lavoro delle "Destiny's child" dal titolo "Destiny Fulfilled" (2004). Poi Beyoncé partecipa ai film "La Pantera Rosa" (2006, con Steve Martin) e "Dreamgirls" (2006, adattamento per il grande schermo dell'omonimo musical).

Ispirata dal suo ruolo nel film "Dreamgirls" dà vita al suo nuovo disco solista "B'Day" (2006).

Il disco le fa arrivare il premio per Miglior Album R&B Contemporaneo e la fa entrare nella storia degli American Music Awards come prima donna a vincere il premio di Artista Internazionale.

Nel 2007 la rivista statunitense AskMen classifica Beyoncé al primo posto nella classifica delle donne più desiderate del pianeta.

Nel 2008 esce il suo terzo lavoro in studio "I Am... Sasha Fierce" (Sasha sarebbe il nome della sua alter-ego, che prende forma quando lei stessa sale sul palco).

Il 4 aprile 2008 Beyoncé convola a nozze a New York con il rapper Jay-Z.

Nel 2010 duetta con "Lady Gaga" nella canzone dance "Video Phone".

Biografia di Ivan Pavlov

Riflessi e condizionamenti
4 settembre 1849
27 febbraio 1936

Chi è Ivan Pavlov?


Ivan Petrovič Pavlov nasce a Rjazan (Russia) il 4 settembre 1849. Medico fisiologo, il suo nome è legato alla scoperta del riflesso condizionato (mediante l'impiego di cani). Tale scoperta, da lui annunciata nel 1903, consentì di applicare i metodi obbiettivi della fisiologia allo studio dei processi nervosi superiori.

Figlio di un ecclesiastico, viene instradato dal genitore presso il Seminario Teologico della sua città, dove compie i primi studi. Ivan scopre ben presto interesse per la scienza; nel 1870 decide di seguire questa strada iscrivendosi presso l'università di Pietroburgo, dove ottiene la laurea in Medicina con una tesi sulla funzione delle innervazioni cardiache.

Completa poi la sua formazione scientifica in Germania, prima a Lipsia poi a Breslavia; ritorna in patria dove inizia le sue ricerche sulla attività delle principali ghiandole digestive, i cui risultati verranno in seguito raccolti ed esposti nell'opera "Lezioni sul lavoro delle ghiandole digerenti".

Nel 1895 è nominato professore di Fisiologia all'Accademia medica-militare di Pietroburgo. Mentre svolge ricerche sulla digestione, utilizzando dei cani, Pavlov giunge a un'importante scoperta. Il suo esperimento è piuttosto noto proprio per la sua semplicità: presentando un piatto di carne a dei cani associandolo ad un suono di campanello, dopo un certo numero di ripetizioni il solo suono del campanello è sufficiente a determinare la salivazione - quella che chiamiamo anche "acquolina in bocca" - nel cane, che prima di conoscere "l'abitudine" non produceva. Di fatto il cane si comporta così a causa di un riflesso condizionato provocato artificialmente.

L'organismo attraverso l'esperienza impara a rispondere a stimoli a cui non era abituato a rispondere. Pavlov capisce che il significato del condizionamento è funzionale all'adattamento degli organismi al loro ambiente. Con queste sue teorie darà notevoli contributi alla psicologia dell'apprendimento: tuttavia Pavlov avrà spesso modo di ribadire la sua posizione di medico-fisiologo e non psicologo.

Solo un anno dopo l'annuncio della scoperta, i contributi in questo campo divengono così importanti che gli viene assegnato il premio Nobel (1904) per la Medicina e la Fisiologia.

Negli anni i riflessi condizionati naturali ed artificiali, le loro modalità di formazione e di azione, assumeranno sempre maggiore importanza in fisiologia, psicologia e psichiatria, anche se con risultati alterni. Il governo sovietico attrezza quindi per Pavlov un magnifico e moderno laboratorio a Koltushing, presso Leningrado, città dove morirà il 27 febbraio 1936.

Biografia di Cino Ricci

Lupo di mare
4 settembre 1934

Chi è Cino Ricci?


Nato a Rimini il 4 Settembre del 1934, Cino Ricci comincia la sua esperienza nel campo della nautica accompagnando i turisti in Romagna e sulle barche con i pescatori a Cervia, durante il secondo conflitto bellico mondiale. Poi continua navigando su barche a vela da pesca e da diporto, cimentandosi in gare sia in Inghilterra che in Francia.

Grazie alla sua notevole abilità ed esperienza, Cino Ricci entra a far parte della fondazione del Centro Velico Caprera d'altura, e si dedica alla formazione specifica degli istruttori. Ottenuta la qualifica di "skipper" in regate sia nazionali che estere, conquista numerosi successi individuali e di squadra: eccelle infatti alla guida di barche di ogni tipologia e dimensione.

Nominato responsabile della squadra e skipper del Consorzio neo costituito "Azzurra", Ricci guida l'Italia nel 1983 a Newport, negli Stati Uniti, portandola alla conquista dei primi posti nell'ambito della velistica internazionale.

Condivide la grande passione per la vela con l'avvocato Gianni Agnelli. A poco tempo di distanza dalla positiva esperienza australiana, avvenuta nel 1987, decide di dimettersi dall'incarico, diventando commentatore televisivo per conto di diverse emittenti: Fininvest, Rai, Telemontecarlo.

L'interesse di Cino Ricci nei confronti dell'attività nautica è ancora molto forte: viene chiamato infatti come consulente per vari progetti riguardanti lo sviluppo degli approdi turistici e la portualità dei paesi dell'Emilia Romagna, e non solo.

Nel 1989 Cino Ricci ha creato una scuola di Vela Nazionale in Jugoslavia. Inoltre organizza eventi e rassegne nell'ambito della veristica: basta accennare al "Giro di Sardegna a Vela" e al "Giro d'Italia a Vela", due delle maggiori kermesse italiane dedicate agli appassionati di tale disciplina sportiva. Cino Ricci segue personalmente le singole tappe delle regate, in quanto esperto della navigazione e consulente per conto del Ministero dei Trasporti e Navigazione. In particolare, si occupa di garantire la sicurezza degli approdi e dei porti. Partecipa come relatore in specifiche Convention dedicate al tema della nautica ed appare anche spesso come Testimonial.

Il velista scrive e collabora per diverse rubriche televisive e testate giornalistiche. Cura personalmente un sito web, www.cinoricci.it, sul quale è possibile trovare notizie ed informazioni sugli eventi velistici e gli appuntamenti dedicati a coloro che praticano questo sport affascinante.

Sono frequenti gli interventi dello skipper circa gli avvenimenti riguardanti il mondo della navigazione.

La passione per il mare e la vela anima Cino Ricci fin da giovane: è uno che ha il mare nelle ossa, e quindi conosce molto bene quali sono i pericoli insiti nella navigazione. Insomma, è un vecchio lupo di mare che non si smentisce mai.

Biografia di Gigi Sabani

Voci dal teleschermo
5 ottobre 1952
4 settembre 2007

Chi è Gigi Sabani?


Nato a Roma il 5 ottobre 1952, Luigi Sabani inizia facendosi conoscere come imitatore - sebbene solo nel suo circondario - all'età di cinque anni per la sua abilità nel riprodurre il caratteristico rumore della Prenestina, il tram che all'epoca faceva il giro della capitale.

Divenuto adulto coltiva questo suo talento e dopo essersi esibito alla versione radiofonica de "La corrida" (popolare programma presentato da Corrado Mantoni) dove imita con successo Gianni Morandi, Mino Reitano, Claudio Baglioni, viene notato da Gianni Ravera che lo invita al Festival di Castrocaro.

Il debutto in televisione arriva nel 1979 con una performance di quattro minuti in diretta (Rai Uno) da Venezia in occasione della manifestazione "La Gondola d'oro". Poi è a "Domenica in" con Pippo Baudo.

Negli anni 1981 e 1982 è tra i conduttori di "Fantastico"; nel 1983 conduce "Premiatissima", varietà del sabato sera di Canale 5 dove Sabani si fa notare anche per le doti di cantante grazie al brano "A me mi torna in mente una canzone".

Dal dicembre del 1983 Silvio Berlusconi lo vuole alla conduzione del nuovo gioco a premi di Italia 1 "OK, il prezzo e' giusto!", direttamente importato dagli Stati Uniti: vincerà due Telegatti.

Nel 1987 Gigi Sabani decide di ritornare in Rai: per due anni conduce in coppia con Ramona Dell'Abate "Chi tiriamo in ballo?", programma della domenica pomeriggio di Rai 2.

Nel 1989 partecipa senza troppo successo al Festival di Sanremo con il brano "La fine del mondo", poi torna in tv dove gli viene affidata la conduzione di "Stasera mi butto", varietà estivo di Rai 2. L'inverno seguente prende in mano "Domenica in" rinnovando gli ascolti.

Dopo vari programmi come "Ci siamo!?", "Il grande gioco dell'oca" (per la regia di Jocelyn), "Re per una notte", gara fra i sosia di cantanti famosi (poi ripresa da Mike Bongiorno con il titolo di "Momenti di gloria"), "Ballo, amore e... fantasia" (con Iva Zanicchi), nel 1997 recita (è uno dei protagonisti) nel film "Gli inaffidabili" diretto da Jerry Calà.

La carriera si interrompe bruscamente bruscamente perchè coinvolto (insieme a Valerio Merola) nella vicenda giudiziaria legata alla corruzione nel mondo dello spettacolo, nata dalle esternazioni di Raffaella Zardo. Sabani viene scagionato e anche risarcito per i 13 giorni di detenzione trascorsi agli arresti domiciliari.

Torna in tv nel 1999 su Rete 4. Poi dal 2000 è su Canale 5 con "La sai l'ultima", che presenta con Natalia Estrada.

Nel 2002-2003 torna sulle Reti Rai per la conduzione de "I fatti vostri", storico programma del mezzogiorno di Michele Guardì.

Gigi Sabani si spegne improvvisamente a Roma il 4 settembre 2007, a causa di un infarto.

Biografia di Santa Rosalia

Anno di nascita: 1128
4 settembre 1165

Chi è Santa Rosalia?


Santa Rosalia nasce come Rosalia Sinibaldi (o di Sinibaldo) intorno al 1128 a Palermo, figlia del duca Sinibaldo, signore della Quisquina e del monte delle Rose, e di Maria Guiscardi (o Viscardi), donna di origini nobili imparentata con la corte normanna (Ruggero d'Altavilla): il nome Rosalia viene scelto perché - secondo la tradizione - la figura che annuncia al conte Ruggero (congiunto di Sinibaldo) la nascita della bambina per conto di Dio, parla di una rosa senza spine.

Rosalia cresce alla corte di Ruggero tra fasti e ricchezze, ma ricevendo anche una forte formazione cristiana e un'ottima educazione. La regina Margherita, moglie di Guglielmo I detto il Malo e figlia del re di Navarra, la sceglie come damigella d'onore per le sue eccezionali qualità di regalità e gentilezza e per la sua delicata bellezza.

La ragazza, dunque, ha la possibilità di assistere a eventi mondani e spettacoli eleganti a Palazzo dei Normanni. Un giorno suo padre Ruggero viene salvato dal conte Baldovino, che uccide un leone che lo sta aggredendo, e decide di ricompensare il suo salvatore. Baldovino, dunque, chiede Rosalia in sposa, ma la ragazza - dopo essere stata protagonista di una straordinaria visione - si presenta alla corte con le trecce tagliate: segno che preferisce rifiutare l'offerta, rinunciare al matrimonio e dedicarsi alla fede religiosa abbandonando il lusso della vita di corte.

Il giorno in cui Rosalia dovrebbe incontrare Baldovino, la ragazza guardandosi allo specchio non vede la propria immagine, ma la figura di Gesù in croce con la corona di spine sulla testa e il volto sporco di sangue: interpreta tale visione come la chiamata di Cristo, e decide definitivamente di abbracciare la vita consacrata per andare in sposa solo a Dio. La giovane, quindi, dopo essersi stabilita per qualche tempo presso la corte di Ruggero II, trova rifugio nel monastero delle Basiliane a Palermo: qui, però, riceve continuamente le visite dei genitori e di Baldovino, che vogliono persuaderla ad accettare la proposta del conte.

Infastidita, Rosalia lascia il monastero e si reca in una grotta appartenente al padre, nei pressi di Bivona, sul monte Quisquina. Volendo coltivare la vita contemplativa e dedicarsi completamente alla pietà, la ragazza intraprende quindi una vita anacoretica, passando le giornate pregando nella più totale solitudine e dormendo per terra: una scelta che le causa sofferenze fisiche e psicologiche, ma che ella affronta con la certezza che solo la solitudine può garantirle la conservazione della sua purezza e il contatto con gli angeli.

Con il passare del tempo, la grotta diviene meta di pellegrinaggio: Rosalia abbandona quindi il suo nuovo rifugio e si trasferisce a Palermo, dove cerca silenzio e tranquillità in una grotta sul Monte Pellegrino, al riparo dai pellegrini. Secondo la tradizione, la ragazza si nasconde nel tronco vuoto di una quercia, per poi scalare il monte e arrivare in cima, in un luogo inospitale, colpito da venti freddi di tramontana: un posto assolutamente impervio ritenuto ideale per un esilio duro.

Circondata da un paesaggio selvaggio, Rosalia trascorre le giornate adorando Cristo e in continua penitenza: il suo corpo, però, è sempre più sfinito. Ella resiste e sopporta ogni sofferenza consapevole che solo quella può essere la via per ottenere la santità. L'obiettivo di rimanere sola evitando il contatto con i pellegrini, però, non viene raggiunto nemmeno questa volta: sarà proprio un gruppo di pellegrini a trovare il corpo senza vita di Santa Rosalia il 4 settembre del 1165.

Rendendosi conto di essere prossima alla morte, la donna aveva assunto una posizione adeguata, appoggiandosi a terra, stringendo un piccolo crocifisso al petto con la mano sinistra e usando la mano destra come guanciale, pronta a passare a miglior vita: la posizione di chi dorme, e non di chi vuole contrastare la morte.

Santa Rosalia spira non per malattia, ma solo perché terribilmente debole. Il suo culto nasce, però, solo alcuni secoli dopo, a partire dal 1624, in occasione di un'epidemia di peste a Palermo: la leggenda vuole che il propagarsi dell'epidemia sia stato impedito proprio dalle reliquie di Santa Rosalia, portate in solenne processione per le strade della città.

Biografia di Albert Schweitzer

L'amore per la musica e per il prossimo
14 gennaio 1875
4 settembre 1965

Chi è Albert Schweitzer?


Nato il 14 gennaio 1875 a Kaysersberg, nell'Alta Alsazia, Albert Schweitzer frequenta l'università di Strasburgo, per laurearsi in filosofia nel 1899 e assumere nel 1902 la libera docenza in Teologia. Nel 1911 si laurea anche in medicina e a Parigi si specializza in malattie tropicali. Ordinato curato della chiesa di San Nicola a Strasburgo nel 1900, l'anno seguente diviene direttore dell'Istituto teologico.

Famoso nel mondo musicale come organista di talento, il suo lavoro musicologico più noto è rappresentato da "J.S. Bach, il musicista poeta" (ed. francese 1905; ed. tedesca 1908; trad. it. 1962).

Lo studio della musica impegna non poco Albert Schweitzer, spinto dalla sua anima musicalmente sensibilissima. Dall'amore per l'organo sgorga, quasi per meccanica conseguenza, la venerazione per Bach. Il compositore della "Passione secondo San Matteo" fu uno dei "maestri", uno dei fari della sua vita.

Ancora ragazzo, Albert si imbatte nella sublime arte del Kantor: "Seguivo con profonda emozione quei misteriosi suoni che si perdevano nella penombra della chiesa...". Dalla tecnica per lo studio delle opere di Bach, il giovane studioso alsaziano passa alla interpretazione, grazie anche alla sua formazione artistica, favorita dall'incontro con il compositore Charles-Marie Widor, organista alla chiesa di San Sulpizio di Parigi.

Questi invoglia Schweitzer a scrivere un saggio su Bach, pubblicato in francese nel 1905 e, tre anni più tardi, in tedesco.

Dopo aver trattato la storia della musica del sommo compositore e degli autori che lo hanno preceduto, ne analizza le principali opere come i Mottetti, gli Oratori, le Messe, le Cantate, le Passioni e gli studi per clavicembalo e organo. Bellissime le pagine dedicate al linguaggio musicale di Bach, alla sua sintassi, al suo simbolismo, a Bach poeta e "pittore". L'opera di Schweitzer verrà accolta dagli studiosi come un lavoro classico, indispensabile per la conoscenza del musicista di Eisenach.

Il lavoro di teologo trova espressione nell'opera "Da Reimarus a Wrede" (1906), in cui interpreta la vita di Gesù alla luce del pensiero escatologico di Cristo.

Dopo la laurea in medicina e chirurgia si trasferisce a Lambaréné, nell'Africa equatoriale francese (attuale Gabon), in veste di medico missionario, costruendovi un ospedale con le sue sole forze. In piena Prima Guerra Mondiale, data la sua nazionalità tedesca, è tenuto prigioniero in Francia tra il 1917 e il 1918. In questo periodo scrive una storia della civiltà in chiave filosofica, poi pubblicata nei volumi "Filosofia della civiltà" (2 voll., 1923), dove, analizzando la storia dell'etica, afferma che la decadenza della civiltà moderna è dovuta alla mancanza di un'etica dell'amore, e suggerisce la diffusione di una filosofia fondata su ciò che egli definisce "rispetto per la vita", concetto che a suo parere andrebbe esteso a qualunque forma vivente.

Rimasto in Europa fino al 1924, torna successivamente in Africa dove, superando ogni ostacolo, ricostruisce il suo ospedale, attrezzandolo ancora una volta in modo tale da poter assistere migliaia di indigeni. Nel frattempo, torna saltuariamente in Europa per cicli di conferenze e concerti d'organo.

Schweitzer è uomo di un rigore estremo. Nei villaggi da lui gestiti regna la disciplina assoluta e una severità necessaria per scoraggiare i "romantici", gli avventurieri e quanti chiedono di prestare la loro opera al suo fianco senza possedere le doti morali e psicologiche adatte.

Nel 1952 per il suo operato africano gli viene assegnato il premio Nobel per la pace. Con il denaro del premio, porta a termine il villaggio dei lebbrosi, che viene inaugurato nel 1954 con il nome di "Village della lumiere" (Villaggio della luce).

Tra le sue opere si ricordano anche: "Il regno di Dio e la cristianità delle origini" (1967) e l'autobiografia "La mia vita e il mio pensiero".

Albert Schweitzer si spegne il 4 settembre 1965 nel "suo villaggio" africano; viene poi sepolto accanto alla moglie (morta nel 1957 a Zurigo).

Biografia di Georges Simenon

Un fiume di romanzi
13 febbraio 1903
4 settembre 1989

Chi è Georges Simenon?


Georges Simenon nasce a Liegi (Belgio) il 13 febbraio 1903. Il padre è il contabile Désiré Simenon, mentre la madre è Henriette Brüll, una casalinga belga di ceto borghese. Georges, da piccolo, ha numerosi problemi di salute, che causano numerose tensioni tra la famiglia dei Simenon e quella dei Brüll. Il rapporto tra il bambino e la madre non è tra l'altro molto semplice.

Nel corso della sua giovinezza frequenta scuole guidate dai gesuiti, avendo un rendimento scolastico eccellente. Presto però si rende conto di non sentirsi a suo agio in un ambiente così rigido e con innumerevoli dettami imposti dall'ordine cattolico gesuita.

Georges quindi si ribella alle restrizioni imposte dall'Istituto religioso e con il passare degli anni si distacca dalla religione cattolica, non frequentando più nemmeno i suoi luoghi di culto. Nonostante ciò continua ad amare gli studi classici e in particolar modo si dedica alla lettura di importanti opere letterarie di autori classici come Conrad, Dickens, Dumas, Stendhal, Stevenson e Balzac.

Nel periodo compreso tra il 1919 e il 1922 lavora come cronista per La Gazette de Liège, autografando i suoi articoli con lo pseudonimo di Georges Sim. Nel corso di questi anni collabora anche con altre riviste e inizia giovanissimo la sua carriera come scrittore. Nell'arco di questo periodo muore il padre Désiré, per cui lascia il Belgio per trasferirsi in Francia, a Parigi.

In Francia, grazie alle sue eccellenti doti letterarie, collabora con numerose riviste; per queste scrive tanti racconti settimanali. Dal 1923 al 1926 scrive numerose storie che riscuotono un grande successo tra i lettori dell'epoca. Dalla seconda metà degli anni Venti alla prima metà degli anni Trenta scrive tanti romanzi commerciali che vengono pubblicati da importanti case editrici come Tallandier, Ferenczi, Fatard.

Riesce, in questi anni, a realizzare ben centosettanta romanzi rientranti nel genere narrativo commerciale; questi testi sono tutti firmati con vari pseudonimi, tra cui si ricordano il già citato Georges Sim, Geroges Martin-Georges, Jean du Perry, Christian Brulls e Gom Gut.

Nel 1928 compie un affascinante viaggio sulla chiatta Ginette e sul cutter Ostrogoth, due importanti canali navigabili della Francia. Traendo ispirazione da questo viaggio riesce a realizzare una serie di interessanti reportage. L'anno seguente inizia a collaborare con la rivista "Il Détective", per cui scrive varie novelle, in cui per la prima volta viene presentato uno dei suoi più celebri personaggi letterari, il commissario Maigret.

Il grande successo letterario dei romanzi di Simenon attira l'interesse di grandi registi come Jean Tarride e Jean Renoir che traendo spunto da essi, producono due film: "Il cane giallo" e "Il Mistero del crocevia". E' in questo modo che lo scrittore si avvicina al mondo del cinema.

Negli anni Trenta, con la prima moglie Régine Renchon, viaggia tantissimo e sul finire del decennio i due coniugi hanno un figlio, Marc.

Nel 1940 si stabilisce con la famiglia a Fontenay-le-Comte, nella regione della Vandea. In quest'anno inizia anche la Seconda guerra mondiale durante la quale cerca in tutti i modi di aiutare i rifugiati belgi. Inizia in questo periodo anche una fitta corrispondenza epistolare con il celebre scrittore francese André Gide.

Presto, a causa di referti medici errati, si convince del fatto che le sue condizioni di salute non sono buone e che gli rimangono pochi anni di vita. In quest'occasione scrive la sua autobiografia nell'opera intitolata "Pedigree", dedicata al figlio Marc. Finita la guerra in Francia è accusato di collaborazionismo, per cui decide di trasferirsi negli Stati Uniti. In questi anni perde uno dei suoi fratelli, Christian, che muore in occasione della battaglia d'Indocina. In breve le accuse contro di lui cadono, poiché evita di collaborare con le forze naziste.

Negli Stati Uniti soggiorna prima nello Stato americano del Texas, poi in Connecticut. Nel corso della sua permanenza in America conosce Denyse Ouimet, che diventa di lì a poco la sua seconda moglie. Dal loro amore nascono tre figli: John, Marie-Jo e Pierre. Negli anni Cinquanta Simenon decide di lasciare gli Stati Uniti per tornare in Europa, soggiornando prima in Costa Azzurra per poi trasferirsi a Epalinges, in Svizzera.

Nel 1960 presiede la giuria del Festival di Cannes e stringe una grande amicizia con il regista italiano Federico Fellini. Pochi anni dopo divorzia dalla seconda moglie e nel 1972 realizza il suo ultimo celebre romanzo: "Maigret e il Signor Charles", in cui racconta l'inchiesta condotta dal commissario Maigret in merito alla scomparsa del notaio Gerard Levesque. Nel corso delle indagini Maigret scopre che l'uomo è solito lasciare la moglie per brevi periodi di tempo, poiché la loro relazione sentimentale è in crisi ormai da anni. La moglie riferisce al commissario che il marito è sempre tornato a casa, ma in quest'occasione è ormai scomparso da un mese. L'inchiesta prosegue e il commissario scopre che anche Nathalie in passato è stata una donna che intrattiene i clienti nei locali notturni, presentandosi con lo pseudonimo di Trika. Una volta sposatasi con Gerard, cerca di salvare il suo matrimonio, ma senza ottenere risultati, poiché il marito continua le sue scappatelle e diventa un assiduo frequentatore dei locali notturni, intrattenendosi con le donne che vi lavorano. Per sopportare l'infedeltà del marito, Nathalie beve tantissimo. Successivamente il cadavere dell'uomo viene trovato in avanzato stato di decomposizione e Maigret sospetta che ad avere ucciso Gerard sia stata proprio la moglie. Dopo avere commesso un altro delitto, la donna alla fine confessa di avere commesso proprio lei l'omicidio.

Dopo aver realizzato il suo ultimo romanzo lo scrittore decide di registrare i suoi pensieri su dei nastri magnetici, iniziando quindi a dedicarsi alla realizzazione di dettati. Nel 1978 un tragico evento sconvolge la sua vita: la figlia Marie-Jo si suicida; due anni dopo, Simenon decide di scrivere un nuovo romanzo autobiografico, "Memorie intime", dedicato alla figlia defunta.

Georges Simenon muore il 4 settembre 1989 a Losanna a causa di un tumore al cervello, dopo aver scritto più di cinquecento romanzi, settantacinque inchieste del commissario Maigret e ventotto racconti.